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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO III. —- SECONDA ETÀ'.
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   Cosi se prendiamo la nostra storia dal primo momento che essa si svolse dalle nebbie della favola, noi vediamo i Greci padroni della più ricca e più bella parte d'Italia farsi a poco a poco colle arti, colle industrie, coi commerci, colle leggi, colle isti ¦ razioni e col costarne maestri di vivere ordinato e civile lino alle più remote popolazioni.
   Roma adunque sentì l'alito della Grecia assai prima che l'avesse soggettata al suo dominio. Ma qui sorge una più difficile quistione : se questo è vero, come non pare da dubitarne, conte va che cinque secoli d'una sì varia e contìnua influenza non valessero a produrre pur un'opera di latina letteratura? Talché per tutto quel non breve periodo Roma vivesse intenta solo a crear leggi ed a vincere battaglie? Nò gh altri popoli italici che pur erano stati lungamente accerchiati, od invasi, o tocchi almeno dall'immigrazione greca, fecero di meglio; chè anzi gli Umbii, gli Osclii, i Sabini lasciarono persino che si venisse storpiando e mutilando la loro lingua, così che diventasse inetta a produrre giammai un monumento letterario. La spiegazione di questo fatto, se vogliamo limitarci ai Romani de' quali soltanto conosciamo con qualche certezza la prisca storia letteraria, vuol essere cercata in parecchie cause, tra le quali primeggia la costituzione politica ed il carattere stesso di quel popolo. Giacché quando di sopra dissi che la civiltà greca non durò fatica a penetrare in quasi tutta l'Italia di mezzo, oltre la meridionale dove ebbe per lunga età proprio domicilio, non volli intendere che essa cancellasse affatto i caratteri ed i costumi, in molti rispetti differenti, delle geuti italiche stanziate nel centro della penisola. E Roma che dai fati era chiamata a regnare come su queste così su tutte le popolazioni dell'Italia, cui doveva un giorno unificare sotto I suo dominio, Roma attinse appunto dall'indole speciale de' suoi abitatori e dalle qualità de' suoi ordinamenti civil e politici la vigoria che le bisognava per divenire signora prima nostra e poi di tutto il mondo. Or bene così la composizione stessa della città romana, come la sua costituzione, la sua storia, i suoi bisogni, erano quant' altra cosa mai contrarii al pronto sviluppo di una letteratura. Ed in primo luogo Roma non fu una gente, ma solo una città, uno stato dove varie genti si dettero ritrovo e vissero congiunte e protette solo dalla severità della legge e dalla comunità degli interessi: e nella città stessa per parecchi secoli non un popolo con diritti ed obblighi uguali (1), ma una oligarchia prepotente ed accorta la quale col titolo di un'origine quasi divina, e col fatto del possesso territoriale, disponeva essa sola delle ricchezze, degli onoiv e fin della giustizia nella republica. Quindi, lasciando da parte la plebe cui era già soverchio il campare miseramente la vita, quando non le toccava di spenderla per altr: sui campi di battaglia, noi abbiamo in Roma per quasi tutto questo tempo nulla più che una aristocrazia gelosa difenditrice delle sue prerogative prima contro ai re, dopo per lunga pezza contro ai tribuni, e tutta intenta a dilatare coli' armi al d fuori l'impero della città, perchè ciò le pareva anche il mezzo più sicuro di stabilire il proprio predominio al di dentro (2). L'optimus quisque maxime negotiosus doveva essere il preciso motto di questa gente, cui le lotte tra'
   ina anche vi si incontrano bisticci ed infere frasi greche, come nella Casina (3, 6, 9): npy.yij.x~d poi Tty.piyjis — Daho piyv. -A.a-A.6v, ut opinor. E più spesso ancora composti (li voci greche e latine, come ferritribax, plogipaticla, ecc. Nè solo il greco, ma anche il cartaginese doveva esser capito in Roma da quello stesso popolino, se almeno andava a sentire il Penulo di Plauto.
   (1) Corssen, Origines voesis Intime, pag. 190. — Quum trium populorum jam civìlibiis sa-crisque institutis florentium coloniis iti unum locum congregatis, non tam extaret communis stirpis quam utilitatis publicae vinculum quo continebantur, cinta s urbis Romae, non gens romana extitit. Lege igitur, prout utilitas illa pascere videretnr, religionibus publiee sancìtis, lege jam vetustìs-simis temporibus sacris canlilenis anguste et superstitio.se circum.scriptis, nee mythus liberala fingendi vini liniere poterai, neque una cum hac e sacris canlicis liberior epica poesis se expedire valebut.
   (2) Corssen 191. — Apud Romanos totus historiae usque ad medium quinta,m saectdum pro-gressus in eo niiitur guod patricii privilegia sua antiqua avitis legibus defendebant.