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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   LIBRO I'RIMO.
   E le più antiche memorie del latino ci mostrano questa m caduta anche nella prima persona del congiuntivo, onde Festo ci dà :
   attinge (p. 26) = attingam dice (p. 72) — clicani ostende (p. 201) = ostenclam recipie (p. 286) = recipmm.
   Dai verbi passando ai nomi, vediamo nelle più antiche iscrizioni della repubblica una grande varietà ed incertezza nella scrittura della I»l. Per modo d'esempio nella epigrafe di Lucio Scipione dell' anno 503 noi troviamo la m omessa e scritta nella stessa frase: Jlonc oino ploirume coscntiont Romai — duonoro optimo fuise viro — Luciom Scipione, e più sotto da capo : hic cepit Corsica Aleriaque urbe, mentre nella iscrizione del padre, dei cinque accusativi singolari nessuno mostra la m finale. Taurasia Cisauna Samnio cepit — subigit omne Loucana. E la ni cade nei nomi di tutte le declinazioni, tranne nell'accus. sing. del tema E, per il quale le iscrizioni non ci danno verun sicuro esempio. Il S. C. de'Baccanali ci porge fìdsm, rem (1). Questa incertezza nella scrittura della m dura per effetto della pronunzia popolare fino ai Gracchi ed a Mario, ed ancora se ne trova segno ai tempi di Augusto (2) ; ma già nelle leggi, nei decreti ed altri atti pubblici del 6.° e 7.° secolo (3) la m è scritta con rarissime eccezioni, il che vuol dire che intorno a quel tempo essa era divenuta la scrittura normale delle persone colte, che seguivano l'etimo del vocabolo, non la pronunzia popolare (4).
   Anche T finale, che aveva una debole voce, cade alcune volte nei verbi portando con sè l'ultimo avanzo del pronome di terza persona ti, così nelle desinenze singolari come nelle plurali; nelle quali la caduta del T produce pur quella della II. Però mentre la perdita del T è assai antica e frequente negli altri dialetti italici, particolarmente nell' Umbro, in questo antichissimo latino (e fino al termine della seconda guerra punica) abbiamo una sola forma di terza persona singolare senza T (dede) in tre epigrafi dedicative fuori di Roma, nessuna in iscrizioni od atti pu-blici romani. Invece antichissime epigrafi romane ci mostrano il t; e bastino per tutte te già mentovate lapidi degli Scipioni, le quali presentandoci fuit, cepit, subigit, ci provano che la colta aristocrazia di quel secolo pronunziava intere quelle voci, così come suonarono più tardi sulle labbra dei contemporanei di Cesare e di xlugusto. Iscrizioni di questo medesimo tempo ci mostrano caduta la desinenza (ni) della terza plurale del perfetto 'ndicativo in dedro, dedere, censuere, consuluere, dove vediamo
   spuntare quella desinenza ere, che a Cicerone servi per distinguere i due significati del perfetto. Nel S. C. dei Baccanali abbiamo l'uria e 1' altra, censuere e consolue-runt: e giova poi dire in genere che le forme piene sono ancora le più frequenti, come le iscrizioni, massime se publiche ed urbane, chiaramente dimostrano. Vedremo più tardi come la desinenza ere presa dalla pronunzia volgare, tornasse commoda ai poeti per il metro, ma entrasse assai difficilmente nella buona prosa, dove, de'classici, Sallustio solo ne fa largo uso. Nel Monumento Ancyrano non appare mai.
   Dell'aftievolimento delle vocali, che di lunghe si fecero od ancipiti o brevi, e di brevi incalcolabili, quando non scomparirono affatto, fu già detto più sopra, come ne' paragrafi successivi sarà il luogo di mostrare, in che modo dalle necessità del metro
   (1) Corssen. A. Voi. I. seconda edizione pag. 571.
   (2) Pace nei fasti trionfali. (Barberini).
   (3) S.C. dei Baccanali, la tabula Dantina, la lex repetunclarum dell'anno 651-32, la legge Agraria del 645.
   ('i) 1 grattiti e l'altre iscrizioni di Pompei ci dicono, come il volgo scrivesse ancora da Cicerone fino a Plinio. Vedi Corssen, pag. 272