CAPITOLO II'. — PRIMA ETÀ'.
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l'altra sorgere e prevalere. Ed in ciascuno di questi tempi la forma o la dizione volgare rappresenta sempre il periodo più recente, la nobile ed elevata invece il più antico. Codesta coesistenza accidentale di forme e dizioni diverse in una medesima favella diventa nel periodo letterario coesistenza di due diversi dialetti : ciò che era transitorio si fa stabile, e quella che dapprima era un'antitesi dinamica, diventa una vera antitesi materiale. Nel quinto secolo di Roma, che fu l'ultimo di questo periodo, l'alterazione delia prisca latinità avea fatto passi rapidissimi, essendo già entrata in quello stadio, quando le consonanti finali si offuscano e cadono, e le vocali per commistione o per sincope mano mano si alleggeriscono e si distruggono. Siffatte novità non potevano però dirsi ancora compiute, chi anzi durava vivissima la lotta tra il vecchio ed il nuovo, quando, nel principiare del sesto secolo, i fondatori della letteratura romana sopravennero a fermarla, riacquistando alla lingua tutto ciò che non crasi interamente perduto; sia per commodo della metrica ch'essi aveano tolta dai greci, sia per quel sentimento delle pure ed intatte forme della lingua, che lo studio dei greci aveva in loro destato. Fu quella, come chi dicesse, una reazione degli scrittori, e massime de'poeti, contro i primi attentati di una rivoluzione, che accennava di volersi compiere nella lingua, fu la ristorazione di forine e di vocaboli che erano stati cacciati, o si andavano perdendo. Con questo ragionamento lo Scliuchardt viene dunque a dimostrarci:
1° che il sermo plebejus ed il sermo urbanus non nacquero già l'uno dall'altro, ma sono gemelli d'una madre più antica, che è la favella originale del popolo latino, la prisca latinitas;
2° che pertanto il sermo plebejus nacque da un latino di forme più pure e piene, ma non dal sermo urbanus, e questo alla sua volta uscì da un latino di forme volgari e rozze, ma non dal sermo plebejus;
3° che la prisca latinità si venne durante quei cinque secoli mutando in questo dialetto rozzo e volgare per l'opera concorde di due forze, le quali furono: la tendenza propria d'ogni lingua ad alterare coi suoni le forme e colle forme lo dizioni e la sintassi, e la necessità che ebbero gli uomini in ogni tempo e luogo di accomodare il linguaggio agli atti ed agli usi diversi della vita ;
4° che finalmente all'apparire de' primi grandi scrittori, e quando i romani, accortisi del prossimo sfacimento dell'antica loro favella, corsero al riparo, cominciò allora a disegnarsi nettamente la separazione tra il dialetto del volgo, che indefesso seguitava la sua strada, e la lingua nobile e classica, la quale nella grammatica e nella letteratura greca trovò l'ajuto, che le bisognava, per salvare dalla corruzione i resti del vecchio e buon latino, e renderlo atto a produrre alla sua volta una letteratura eh' emulasse la greca.
Tale è la genesi dei due idiomi che sul finire di questo periodo uscirono dal prisco latino. Vissuti insieme finché Roma non ebbe letteratura, si separarono quel giorno che ad una parte eletta del popolo romano non bastò più d'avere comunque fosse un dialetto per parlare, ma senti il bisogno di possedere una lingua che si potesse scrivere, e che fosse abile a significare così le ispirazioni dell'arte, come i veri della scienza. E la parte degli scrittori nella formazione della lingua latina fu più grande che nelle altre, perchè là non si trattava solo di reggerò e moderare il naturale andamento della lingua, ma, quasi dissi, di fermarlo e di ricondurlo fin dov'era possibile a ritroso verso le sue origini. Il che se non si fosse fatto o potuto fare, restituendo, per modo d'esempio, le terminazioni de'casi che già si venivano perdendo, certo è che la sintassi latina sarebbesi mutata da cima a fondo, e che o i Romani non avrebbero avuto una letteratura, oppure Tacito e Giovenale avrebbero scritto non molto diversamente da Dante e da Dino Compagni. Assai più probabile era però il primo caso, essendoché una lingua rimasta con voci e forme storpie o mutile, press'a poco come quelle che oggi vediamo ne'frammenti osclii ed umbri, non poteva dare nè l'Eneide, nè i Commentarli di Cesare ; e non è facile il dire adesso li che peso sarebbe stata nel corso della civiltà e nella stessa formazione delle lingue neo-romane la mancanza di una lingua e di una letteratura classica in Roma.