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LIBRO I'RIMO.
sformazione ad altre forze che alle sue proprie : niente la move o la trattiene se non la sua stessa natura. Quindi è che in questo, ed in buona parte anche del periodo successivo, lo studio di essa ha in certi rispetti un'attrattiva ed un significato grandissimi, giacché per la storia della lingua un vocabolo ed una forma del carme arvale, o delle XII tavole, possono a volte dirci assai più che non tutta una pagina di Cicerone e di Virgilio. E ciò per la ragione a tutti oggi nota, che una lingua letteraria è sempre tanto quanto un'opera d'arte e di meditazione; che tutta intera non visse mai sulle labbra del popolo, nè, così perfetta come noi la vediamo, fu mai adoperata nell'uso quotidiano di parlare e di scrivere. E però se sostenne minori vicende e sofferse meno danni, ebbe anche una vita più breve, la quale, se il popolo non sia pervenuto presto a civiltà, comprende una parte piccolissima della stona nazionale.
Nel latino di que' cinque secoli, ne' quali Roma quasi non conobbe scuole, e di coltura ebbe solo quel po'che le bastava per dettar leggi a sè ed ai vinti popoli, e scrivere sulle tavole e sui marmi le memorie della sua crescente grandezza, in quel latino, del quale ci pervennero notizie pur troppo inadeguate al bisogno che s'ha di conoscerlo esattamente, la scienza è oggi intenta a cercare l'origine di due favelle, di quella, cioè, che ci fu tramandata nelle scritture letterarie e che ci viene insegnata nelle scuole, e d'un'altra che vissuta quasi unicamente nell'uso popolare) giunge per una non interrotta serie di secoli dai primordi di Roma fino ai giorni nostri ; io voglio dire della lingua illustre , e del volgare idioma del Lazio e dei popoli latini. E così fu potuta veramente definire una controversia che durava da secoli intorno alla origine ed alle attinenze delle due lingue ; quale, cioè, di esse fosse all'altra anteriore, e come l'una fosse dall'altra derivata. Imperocché se prima vi era chi poteva pensare, che il latino delle plebi fosse il prodotto di una lenta e continua corruzione del latino classico, oppure che questo uscisse e si formasse invece da quello con graduale perfezione, oggi noi sappiamo cliè nè l'una nè l'altra opinione è vera, per ciò che negano entrambi il fatto di per sè naturalissimo della coesistenza dei due idiomi per tutto il tempo che fiorirono in Roma le lettere e la civiltà. Ma questi due idiomi quando e come nacquero, e vennero formandosi nel seno della prisca lingua latina ?
Un giovine ed erudito alemanno, Hugo Schuchardt, prese recentemente ad esaminare codeste quistioni (1), che dal nostro Bruni, nei decimo quinto secolo, fino a Fauriel, aDiez, a Fuchs, a Pott erano state lungamente discusse ed in diverso modo spiegate. E compiendo da un canto ciò che mancava nella esposizione di Fauriel, il quale nella tendenza analitica del dialetto volgare non aveva pienamente veduto il fatto cardinale delle alterazioni fonetiche, le quali mutilando le forme mutano da cima a fondo la sintassi e con essa tutta l'indole di una lingua ; ammettendo col Fuchs, ciò che del resto è naturalissimo, che nel territorio romano già ab antico si parlassero diversi idiomi ; ma negando che ìe differenze tra il latino volgare ed il classico traessero 01 ghie dalle differenze degli ordini nella cittadinanza, i quali ordini da principio erano certamente distinti per civili e politiche prerogative, non per coltura, che era pochissima in tutti: viene a conchiudere che ci doveva essere eziandio in Roma, come dapertutto, un divario tra il sermone quotidiano, famigliare, e la lingua che uno adopera scrivendo o parlando al pubblico, e che se quel divario ne'primi secoli non poteva ancora dirsi totalmente idiomatico, conteneva però in sè i germi e le cagioni della futura divisione dei latino in due distinti dialetti. Perocché, dice egli, nel linguaggio le variazioni di una medesima forma stanno fra loro come il vecchio sta al nuovo, il primitivo al derivato, in una naturale attinenza di successione ; si seguono, per parlar chiaro, in ordine cronologico. Ma siccome una lingua non si muta da un giorno all'altro, così le varie dizioni e forme devono necessariamente coesistere per un certo tempo, acciocché, mentre l'una va morendo, possa
(1) Vedi i miei Studi latini nel Politecnico. 18C8: