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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO II'. — PRIMA ETÀ'.
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   commentar) e libri de' magistrati ; parte de' quali detti libri lintei, perche scritti sul lino. Ancora ai tempi di Livio essi erano custoditi nel tempio di Giunone Moneta. Monumenti privati erano le cronache, destinate a conservare nelle grandi famiglie la tradizione dello glorie domestiche, e ad esagerarle eziandio con fatti e nomi non veri, por tener alto l'onor della casa. Dello stesso genere erano gli stemmi, gli elogi (che si ponevano sotto le imagini degli antenati), e le lodi funebri, che furono cagione per cui la storia romana divenisse in tante parti mendace. Al principio del quarto secolo abbiamo le leggi delle XII tavole, collo quali si accompagnano poi le legis acliones, che possedute dai patrizii li fecero per lungo tempo arbitri della interpretazione ed applicazione del diritto. Più tardi (450) pubblicate da C. Flavio liberarono la plebe dal giogo di questa dipendenza. Se a queste scritture s'aggiungano ora le varie epigrafi delle colonne e de' sepolcri, delle quali altre ci giunsero insieme colle colonne, coi sepolcri e cogli archi, altre ci furono tramandate solo per iscritto, noi avremo compita la serie delle reliquie della prisca letteratura latina.
   In esse noi non abbiamo incontrato nomi d'autori, perchè tutte erano, in uno od in altro modo, atti pubblici ; sia che appartenessero alla chiesa, sia che allo stato od alle famiglie, ai patrizii od alla plebe, alla città od alla campagna, servivano sempre ad un uso pubblico; esse erano di tutti e tutti ne erano gli autori. Son di quelle scritture che soddisfanno ai primi e quotidiani bisogni di una società ; onde tutti i popoli le hanno e le debbono avere, anche se non siano letterati, nè tampoco civili. Il che non toglie ch'essi siano preziosissimi monumenti per la storia della lingua e della civiltà latina, e che siano sopratutto importanti per questo, che ci mostrano come in que' cinque secoli, ne' quali fece i maggiori prodigi di valore e di sapienza, Roma non potesse o non volesse avere una letteratura. Concedasi dunque ad Orazio di ridere liberamente di chi
   .....nlsi quae terris remota suisque
   Temporibus clefuneta videt, fastidii et odit, Sic fautor vetcrum, ut tabulas peccare v etante st Qvas bis quinque viri sanxerunt, foedera regum Vel Gabiis, vel cum rigidis aequata SabiniSj Pontifieum libros, annosa volumina vatum, Dictitet alitano Musas in monte locutas.
   La letteratura romana ha ben altre ricchezze, che queste nude reliquie d'un'età rozza, e d'un popolo assai più intento a battagliare che a scrivere, Il solo vero nome d'autore, che occorre sulla fine di questo periodo, è Appio Claudio Cieco, l'audacissimo patrizio che tenne la censura nel 442, e due volte il consolato negli anni 447 e 458 a. C.
   Oltre la gloria d'aver fondato la via Appia, e fatte gravissime innovazioni nel diritto e nell economia politica, — le quali da uno storico moderno gli valsero il nome e quasi la lode di demagogo — i critici moderni gli vogliono attribuire anche il merito d' aver aperta la serie degli oratori, dei grammatici e dei poeti latini. Senza discutere per ora queste lodi, le quali vanno forse più all'uomo di stato che allo scrittore, è però vero ch'egli fu autore di una orazione contro il re Pirro, menzionata ancora da Cicerone, da Tacito e da Quintiliano, che scrisse un libro de usur-pationibus, un carme lodatissimo dal filosofo Panezio, di cui ci rimane qualche sentenza, e che fu il primo a distinguere nella scrittura la s dalla r. Marziano Capella gli attribuisce anche l'espulsione della 3 dall'alfabeto latino.
   Ora se noi leggiamo que'monumenti per cercarvi le traccie del latino di quei tempi, non duriamo fatica a riscontrarvi tutti ì caratteri d'una lingua, che lasciata alla pieua balìa dell'uso viene mano mano rinnovandosi, e mutando di per sè stessa il proprio organismo. Essa non obbedisce in questo lento ma continuo lavoro di traTamagni. Letteratura Romana, 8