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LIBRO I'RIMO.
5. clie sopprimono la prima e l'ultima.
-L J. J. '
j - , Sanata puer Salur , ni , filici regina , - ,
*
6. che sopprimono la media e l'ultima:
, Ma , gniiììi stuprum popuU) , ~ , fieri per genies \ a \
7) che sopprimono la prima, la media e l'ultima, così che il verso rimanga composto di due tripodie trocaiche catalettiche.
, w , In Pylum adveniens , « j aut ibi commentans , - ,
Volli rìlèrìre questa spiegazione del saturnio, perchè mi parve la più chiara, e la sola che comprendesse le diverse forme di esso; debbo però avvertire con Ritsclil, essere più facile esporre le regole di quel verso che dimostrarle, e soggiungere che lo stesso Corssen, fatto più dubbioso del valore di quelle spiegazioni troppo artificiali, propone oggi che il Saturnio sia lotto, fin dov'è possibile, collo schema grammaticale, che diedi pili sopra: seguendo le norme della quantità plautina massime per le sillabe finali, e lasciando stare, per ora, tutti que' versi che a quello schema non si accomodano.
Quindi ha ben ragiono Teuffel di dubitare, se quell'unico metro di un popolo rozzo potesse essere così artificioso, come i moderni eruditi si compiacciono di rappresentarlo.
Comunque fosse, è certo ch'esso è il più antico ed il solo originale verso italiano : del quale si serviva tanto il 'sacerdozio per i suoi riti, quanto il volgo per le sue feste e giochi d'ogni maniera ; verso così congenito alle tradizioni ed all'indole popolare, che durò lunga pezza anche dopo l'introduzione della metrica greca, e negli usi del popolo si può ben dire che non perisse mai. Desso aveva insieme un carattere religioso e nazionale, e per questo doppio titolo era ancora sacro ai tempi di Ora io a coloro, che della perduta libertà si consolavano ammirando ogni memoria della vetusta Roma. A lru poeta educato all'arte greca, e d'una generazione che si veniva tutta rinnovando, pareva bastasse dirlo Orrido, a dissipare con un motto quella uggiosa nebbia di superstizioni, nella quale i cultori dell'antico amavano nascondersi, per non vedere il sole limpidissimo della nuova poesia latina. Orazio allora avea forse ragione; oggi però la scienza non lavora senza gloria, se nel satura o cerca faticosamente le forme d'una prisca poesia italiana. Di cui le specie principali erano: 1) litanie sacre come il carme saliare, il carme dei fratelli arvali, e forse quelli d'altre fratellanze religiose, dei quali a noi non giunsero nè reliquie nè notizie. 2) le profezie de'Fauni, della Dea Carmenta, di Marcio, e d'altri dei ed uomini, che componevano quelli annosi volumi di vati, di cui Orazio ride nella lettera ad Augusto. 3) gli inni patrii, menzionati da Dionigi di Alicarnasso e da Plutarco, che si cantavano in onore di Romolo, di Coriolano e fors'anche di altri eroi romani, de'quali a noi non giunse veruna reliquia. 4) le nenie, e le canzoni, che molti secoli prima di Catone l ant'eo si cantavano in onore dogli illustri trapassati, e delle quali ci restano non dubbie testimonianze nelle iscrizioni metriche de'sepolcri deili Scipioni 5) le canzoni trionfali, che per congettura possiamo imaginare quali fossero, dietro quelle che ci furono conservate dei primi tempi di Gr. Cesare e dell'impero. 6) finalmente i carmi fescennini, dei quali nulla ci pervenne fuorché la notizia.
Dal verso passando alla prosa troviamo due specie di monumenti, pubblici gli uni, e privati gli altri. De' primi sono i trattati di pace, d'alleanza, e d commercio : le così dette leges regiae,cAie da elii le raccolse presero nome di Diritto Papiriano ; i commentarj de're, ì libri e commentari de'pontefici, i fasti, gli annali massimi, i