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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   LIBRO I'RIMO.
   lora cadere l'accento sul tema del vocabolo, oppure sull'una o l'altra delle sillabe determinanti. Di qui la illimitata libertà dell'accento sanscrito, il quale non obbedisce che ad una intenzione della mente, e senza rispetto al ritmo, si ferma là dove è l'idea che si vuole più spiccatamente rilevare. E questa libertà ebbero insieme col sanscrito una volta anche il greco ed il latino, prima che sentissero la necessità di accomodare la posizione deil' accento alle esigenze del ritmo, che vuol dire delia giusta ed armonica pronunzia della parola. Non appena questa necessità fu riconosciuta, l'accento cessò di essere il mero segno di un'idea, per divenire il vincolo ed il fondamento di una armonica successione di suoni ; di logico, dovette farsi eufonico, musicale, e però conciliarsi col numero e colla quantità delle sillabe. E qui si fece manifesta quella differenza, che già altre volte avvertii, nell'istinto musicale de'Greci e de' Latini; rimanendo in quelli l'accento assai più libero, e però il ritmo greco, più vario, più spigliato e più aggradevole che non in questi, ai quali la primitiva agilità e vivacità dell'accento si è più presto irrigidita. Nè dovrà ora recar maraviglia ad alcuno, che con questa storia dell'accento concordi appuntino, come già dicemmo, la storia delle tramutazioni e corruzioni fonetiche in quelle lingue. Noi vediamo difatti conservarsi pieno e greve il vocalismo nel sanscrito, mentre l'a si alleggerisce e scende ad s, o nel greco, ed in latino cominciano assai presto i dittonghi a fondersi in un unico suono, e le vocali ad affievolirsi e in molta parte anche a sparire (1).
   b) Bel metro latino.
   La metrica latina, al pari della greca, si fonda sulla quantità delle sillabe. Lo sforzo che la voce fa per pronunziare una sillaba lunga, che dai grammatici è detto ictus (colpo, percossa), essendo naturalmente maggiore di quello che abbisogna per pronunziare una sillaba breve, di qui nasce quella alternata successione di voci ora forti ora piane, che forma il ritmo del verso latino. La elevazione, o per essere più esatti, la maggiore tenuta di voce che si fa nella sillaba lunga, fu dai grammatici greci chiamata arsi, dai latini siiblatio; e l'abbassamento di essa sulla sillaba breve Ssaig, o positio. Giova però avvertire che queste due denominazioni mutano reciprocamente significato, se dalla metrica del canto le trasportiamo alla metrica della danza, dove l'arsi vuol dire abbassamento, e la thesi elevazione, giacché gli è appunto ponendo e percotendo il piede in terra che tu segni il tempo più lungo, ossìa la battuta della voce. Quindi è che Orazio misurava con tre battute di piedi il trimetro giambico : ter pede percusso. Ma lo scambio de' nomi non muta natura alla cosa.
   Coll'unione di un' arsi e di una tesi noi formiamo il piede, che può essere ascendente o discendente, secondo che comincia da questa o da quella Così per esempio è piede discendente il dattilo (-vv), ascendente l'anapesto (-*-) che ne è la ripercussione; ascende il giambo (--) e discende invece il trocheo (-v). Più piedi insieme riuniti formano un verso, e ne'versi dattilici col piede facciamo un metro, mentre ne' trocaici e ne' giambici il metro si compone sempre di una dipodia, ossiano due piedi. Quindi i versi dattilici di cinque, sei piedi si dicono: pentametri, ed esametri, laddove gii ottonarii, i senari, e i quaternarii trocaici o giambici si chiamano tetrametri, trimetri e óÀmetri. L'ultimo piede del verso può essere pieno, ed il verso bi chiama acalalectus ; o manchevole di una o più sillabe, e il verso si chiama cata-leclicus in syllaltam, se dell'ultimo piede resta una sola sillaba, ovverainente in ì)i-syllahum se dell'ultimo piede trisillabo rimangono due sillabe.
   Per legare insieme le varie parti del verso i piedi non debbono finir sempre colla parola, ma ben sovente dentro di essa; quindi la necessità della cesura (roWi) la quale
   (1) Le idee di Corssen sull'antica legge dell'accento latino furono combattute da G. Curtius in un numero del Giornale di Kuhn e Schleicher (IX. 321. f.) con argomenti che qui non è il luogo di esporre. Corssen rispose, e panni viUoriusamCìiie, ueil'ultimo foglio de' Bailriigc.