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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincie di Modena e Reggio nell'Emilia
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1902, pagine 328

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   l'arte Terza — Italia Centrale
   trovò che scarsi seguaci debellati tosto dagli stessi loro convalligiani, i quali dichiararono di non volere imitare i signori e di esser pronti alla difesa; per il che il duca d'Urbino stimò opportuno non avventurarsi in una guerra fra quelle montagne poco conosciute, tanto più che le armi pontificie erano richieste altrove dalle gravi vicende di quel tristissimo periodo della storia italiana. Più tardi lo storico Guicciardini, messo da papa Leone X al governo di Modena, sollecito Lorenzo li dei Medici ad occupare il Frignano in nome di Firenze; ma neppure questi riuscì, perchè, mostrandosi i Frignanesi ben risoluti di sostenere le ragioni del duca Alfonso, il Medici non volle avventurarsi in una lunga e dispendiosa guerra di montagna d'esito incerto e di profitto dubbio. Nel 1521 papa Leone X, stretta alleanza con Carlo V, ed indignato dell'aiuto prestato dai Frignanesi al duca Alfonso d'Este nelle imprese di San Felice e del Finale, pensò dì occupare quella regione e vi spedì i suoi capitani Ramazzotti e Guido Rangoni da Modena e Francesco Brunazzi dalla Toscana. L'occupazione dei pontifici nel Frignano fu effimera, nè vi lasciò altro ricordo che quello dei disordini e degli sconvolgimenti e di aver dato maggior lena alle scorrerie ed alle contese di due avventurieri, Cato da Castagneto e Domenico Morotto delle Carpinete, acerrimi nemici che combattendosi l'un l'altro commettevano nel frattempo scorrerie, rapine, saccheggi, uccisioni nei territori attraversati dalle loro accozzaglie d'armati facinorosi e banditi, gente di malaffare vivente di bottino piuttostochè soldati operanti per una ragione politica qualsiasi.
   Reintegrato il duca Alfonso nei suoi Stati e sgombrato il Frignano dalle truppe pontificie, furono dal duca stesso mandate truppe per combattere Cato e Morotto, le cui bande furono ben presto sgominate ed i due capi fazioni uccisi in combattimento. Nel 1530 scoppiarono nuovi torbidi nel Frignano per le inimicizie dei Tanari di Gaggio Montano nel territorio bolognese e dei Montecuccoli. I Tanari, specialmente, si eran fatti capitani di una quantità di faziosi e di banditi, molti dei quali appartenevano alle disperse compagnie di Cato e di Morotto. Con un branco di costoro e coll'aiuto di quelli di Fanano, avversari di Sestola a cui invidiavano il titolo e le prerogative di capitale della provincia immediata, riuscirono ad impadronirsi di questo castello ed a trucidarvi il commissario Rondinelle ed il capitano del presidio, uno Spagnoli di Cento; ritraendosi non appena saccheggiato il borgo, incendiate le case e fatto sfregio alle donne di cui poterono impossessarsi. Il duca Ercole II indignato ordinò al nuovo commissario Nicola Zanella di accordarsi coi Montecuccoli per trarre esemplare vendetta di quel fatto. Ma questa non potè conseguirsi così presto, perchè i Tanari, pur danneggiando il territorio frignanese, seppero sempre schermirsi dal venire a battaglia decisiva, e nelle lunghe guerriglie sostenute i vantaggi e le perdite si alternavano compensandosi da una parte e dall'altra.
   Solo nel 24 febbraio 1538 Andrea Montecuccoli, a capo di numerose truppe fornite dalle comunità di Salto, Samone, Missano, Semelano, Montetortore, stanche di quel continuato brigantaggio, sorprese i Tanari ch'erano scesi a predare in quel di Montese e li sconfisse facendone molti prigionieri. A Vannino Tanari, caduto ferito e morente, fu strappato il cuore dal petto ed abbrustolito sulla brace, venne diviso e mangiato da quelli di Salto, terra dai Tanari saccheggiata. Castagnino fu tratto a coda di cavallo per il paese e poi mozzato del capo; un altro dei Tanari fu chiuso in una botte che venne poscia fatta rotolare sul declivio di un monte, onde restò sfracellato a valle nel letto del fiume. Antonio od Antonello Tanari, che aveva potuto rifugiarsi in Toscana, fu dagli agenti del granduca Cosimo I consegnato a quelli del duca Ercole II, il quale lo fece rinchiudere nel castello di Verrucole, ove lo straziarono e squartarono, appendendone due quarti ai merli di quel forte e due altri alla torre di Castelnuovo di Garfagnana; la testa fu affissa su un'asta di ferro sopra alla porta della fortezza di Sestola.