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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincie di Modena e Reggio nell'Emilia
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1902, pagine 328

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   l'arie Terza — Ilalia Ccnlrale
   Verso le otto antimeridiane del 2G maggio 1831, i due carnefici fratelli Pantoni, fatti venire da Reggio, gettavano il capestro intorno al còllo dì Ciro Menotti e di Vincenzo Morelli, che con stoicismo antico salirono la scala del patibolo. Le due forche erano state piantate sul baluardo della cittadella verso la piazza della colonna. Le truppe erano schierate intorno al patibolo ; e da lungi la folla taciturna e piangente assisteva al lugubre spettacolo.
   A supplizi seguirono feroci condanne, alla forca ed alla galera, pei contumaci, ed anche quei cittadini che nel passato rivolgimento avevano avuta parte moderatrice, che avevano evitato gli eccessi della folla eccitata, difese le proprietà e le persone, furono inquisiti, imprigionati, perseguitati in mille modi dalla polizia ducale, riorganizzata su nuove e più severe basi dallo stesso duca. Aveva le redini di questa il famigerato Canosa principe di Minatolo, celebre per le infamie da lui perpetrate a danno dei liberali napoletani e dallo stesso Borbone, per consiglio dell'Austria, allontanato da Napoli. Egli era entrato al servizio di Francesco IV dopo la morte tragica del Besini : e sua arte prediletta era di escogitare complotti e congiure per impressionare l'animo già sospettoso e torvo di Francesco IV ai danni dei suoi sudditi, ma dei liberali, degli onesti e facoltosi in ispecie; perchè colle confische ed i ricatti quel tristo arnese metteva insieme quattrini e trovava modo di soddisfare ai proprii vizi, che non eran pochi Col Canosa era venuto a Modena un altro tristo arnese della polizia borbonica, il Garofalo, il quale, secondo scrive Niconiede Bianchi, « era stato in gioventù un arrabbiato sanfedista, nel 1819 esecutore spietato delle regie vendette negl'i Abruzzi, nel 1821 incarcerato per ordine del generale Pepe, ed aveva dal 1828 al 1831 esercitato il mestiere di spia in Francia ed altrove, pei governi napoletano e sardo ». Questi due tristissimi soggetti avevano preso grande preponderanza sull'animo del conte Gerolamo Pierini, intendente dei beni comunali e ministro di Buon Governo. Al Canosa fu affidato il servizio della polizia politica e per far valere meglio l'opera loro insieme al Garofalo, il Canosa fondò la famigerata gazzetta La Voce della Verità, diretta dal sacerdote Luigi Galvani, più che storiografo panegirista di Francesco IV: giornale che fu dei più tristi organi della reazione austro-sanfedista, in quel tristissimo momento dell'Italia. Costoro dominavano specialmente sull'animo del duca, cui impressionavano, colle rivelazioni dei progressi che faceva la Giovine Italia, la patriottica associazione creata da Mazzini in Marsiglia ed alla quale insieme a Nicola Fabrizi, a Celeste Menotti, erano ascritti numerosi profughi modenesi vittime della tirannide ducale. L'onore, la vita, gli averi dei cittadini erano nell'arbitrio di questi ribaldi e sulle false denunzie, che essi medesimi provocavano mediante i tristi congegni di polizia, facevano istruire processi e pronunziare inesorabili condanne. Il caso del cav. Giuseppe Ricci — guardia d'onore del duca e devotissimo alla di lui persona — n'è una prova. Tra il Ricci ed il Riccini correva grande odio, per ragioni intime di donne. Vuoisi anche che il Ricci, una volta schiaffeggiasse in teatro il Riccini. Questi promise di lavare nel sangue la offesa. Sulle delazioni di un carceriere, che già s'era prestato a simili infamie, certo Callotti, e di due condannati all'ergastolo per reati comuni, il Ricci fu arrestato e sottoposto alla Commissione militare, giudicato e condannato per aver meditato di assassinare in una festa pubblica il duca. L'accusa era sì scioccamente architettata ed infondata, che della Commissione militare, nè il maggior presidente, ne il capitano, che vi sedeva come giudice, vollero votare la colpabilità del Ricci. La votarono un sottotenente, un sergente ed un milite. Ciò bastò, perchè la sentenza venisse inesorabilmente eseguita la mattina del 19 luglio 1832 dietro la cittadella, invano scongiuranti il duca e la duchessa, tutti i congiunti del Ricci, appartenenti alla nobiltà ed in gran parte addetti alla Corte e devoti al governo ducale. 11 Riccini potè avere buon giuoco col terrore che coli'idea dei complotti rivoluzionari sapeva suscitare