Modena
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momento si ripetevano. La nota triste è data dalla terribile pestilenza del 1576 e dalle frequenti carestie, che la rovina dei raccolti agricoli combinata colla difficoltà dei coni merci cagionava, si può dire, periodicamente. Nel 1597 muore, senza gloria e senza infamia, in Ferrara, il duca Alfonso II; e, sebbene fòsse passato a terze nozze, non avendo figli, nominò suo erede il nipote principe Cesare d'Este. Costui si rivelò tosto uomo nullo, inetto e pretenzioso ad un tempo.
La morte di Alfonso II, senza eredi diretti e fra un certo malcontento dei sudditi per 1 balzelli, dei quali negli ultimi anni era venuto aggravandoli, fece rinascere alla Curia Romana e nell'animo ambizioso di papa Clemente Vili (Aldobrandini) il pensiero di aggregare Ferrara allo Stato della Chiesa. Ebbe incarico di compiere l'impresa il cardinale Pietro Aldobrandini, nipote del Papa e Legato pontificio a Bologna. Furono adunque usati i mezzi spirituali. Mentre da Roma pubblicatasi un terribile monitorio, pel quale dimostra vasi essere il ducato di Ferrara ab ,frteam finii ani ab alias causai devoluto al Papa, il cardinal-legato faceva leva di genti in Romagna ed altrove onde sostenere le ragioni del papa. II neo-duca Cesare fu invitato nel termine perentorio di quindici giorni a dedurre le sue ragioni in contrario a Roma. Invailo il duca Cesare mandò oratori, chiese proroghe e cercò mezzi per scongiurare quella catastrofe, il papa fu inesorabile, e mentre sui confini dello Stato Estense si addensavano 25.0C0 pontifici levati dal cardinale Aldobrandini, il 23 dicembre 1597 fu da Roma lanciata una terribile Bolla contro il duca Cesare e contro chiunque, fosse pure il re di Spagna o l'imperatore, osasse prenderne le parti. Mente debole per far valere il proprio diritto, carattere troppo fiacco per sostenerlo colla forza, il duca Cesare si lasciò sbigottire da quella scarica di fulmini spirituali e dall'appressarsi delle truppe condotte dal cardinal-legato, e domandò di venire a patti. Fu accettata come paciera la duchessa d'Urbino, Lucrezia d'Este, la quale, evidentemente guadagnata alla causa del papa, pur di esser lasciata tranquilla nel piccolo suo dominio, combinò un trattato ili 15 articoli, nei quali il punto principale fu che il duca Cesare < rilasciasse il possesso del ducato di Ferrara con tutte le sue pertinenze e il possesso di Cento, della Pieve e di tutti i luoghi di Romagna ».
Per tal modo, il 30 gennaio 1598, il duca Cesare d'Este fu costretto a lasciare la città avita ed a trasportare la sede del governo in Modena, che da quel giorno fino al 1859 — salvo l'interruzione del periodo rivoluzionario e napoleonico — fu la capitale dello Stato Estense. Il duca Cesare governò col consiglio del fratello Alessandro cardinale. Una grande ondata di bigottismo è la caratteristica del governo di questi due fratelli, che si distingue anche per vessazioni contro gli Ebrei obbligati, come già in altri tempi usavano le donne di mal affare, a portare nn nastro giallo sul cappello. Il fervore religioso non toglie, ai due fratelli, di far assassinare proditoriamente con quattro colpi d'archibugio Marco Pio di Savoia, signore dì Sassuolo, mentre usciva dal castello o palazzo ducale, onde impadronirsi, come difatti avvenne, del suo domìnio. Questo efferato eccidio destò grande impressione al suo tempo; e tutti gli storici sono concordi nell'accusarne, per cupidigia, il duca e suo fratello. Il Muratori, devotissimo, com'è noto, degli Estensi, non esclude l'accusa, ma tenta con argomenti un po' artiiiziosi di giustificare l'assassinio coi torti che Marco Pio di Savoia aveva verso il duca.
Nel dicembre del 1628 muore il duca Cesare, lasciando a successore il figlio primogenito Alfonso III. Questi, dopo alcuni mesi ili governo, preso da singolare fervore religioso, abdica in favore del proprio tìglio Francesco I e veste l'abito dei Cappuccini.
Nel lf>30 Modena è terribilmente flagellata dalla pestilenza la stessa, che nel contempo desolò la Lombardia ed il Veneto, portata dai lanzichenecchi del GolIa.lto recantisi all'impresa ili Mantova e che forma uno degli episodi più spiccati del celebro romanzo manzoniano. Il contagio durò dal giugno al novembre.
Il duca Francesco I assume ancor giovanetto il governo lasciatogli dal pad; e fattosi cappuccino, e dimostra subito molta energia e prontezza nelle cose dello Stato,