96 l'arie Terza — Italia Centrale
(letto Senza terra, diretto a Firenze, e vi fu per dieci giorni ospite splendidamente festeggiato da Azzo Vili. Altre grandi feste avvennero in Modena, nel 1305, per il matrimonio del marchese Azzo medesimo con Beatrice, figlia di Carlo II d'Angiò re di Napoli, tolta contro sua voglia da un monastero per esser condotta a questo maritaggio, sì che Dante nel canto xx del Purgatorio, toccando di questo fatto a proposito di Carlo II d'Angiò, dice :
.. . veggio vender sua lì cri i a, e palleggiarne
Come fan li corsar de l'allre schiave.
Ma questo succedersi continuo di feste ed altri allettamenti, seguiti poi da sempre nuovi balzelli e da atti di tirannide, non bastò a scongiurare la tempesta che s'addensava sopra quella prima dominazione degli Estensi in Modena. Le durezze del governo di Azzo, rappresentato in Modena da Manfredino di Sassuolo, suo luogotenente, sollevò ramino di molti patrizi e di altri cittadini. I Iìangoni, esuli in Bologna, lavoravano a tutt'uomo per organizzare una rivolta contro l'Estense ; ad essisi unì Giberto da Correggio, che aveva motivi di rancore verso Azzo, dal quale era stato umiliato nel tempo 111 cui pure quegli tenne Parma. Messi d'accorilo questi malcontenti, fu stabilita la sollevazione per il giorno 26 gennaio 1306. Ed infatti, in quel giorno il popolo scese tumultuando in piazza e vociferando contro Azzo e Manfredino. Il figlio di quest'ultimo, Sassolo, che pur era della congiura, indusse il padre a far uscire le truppe dal castello come se avessero a sgominare i rivoltosi; ma queste, che già erano guadagnate alla causa, non appena furono uscite dal castello, si unirono al popolo voltandosi contro Manfredino ed i pochi sostenitori dell'Estense. Giungevano in fretta, con soccorsi dì armati, Roberto di Maccaria e Fieseo d'Este, figli naturali di Azzo Vili; ma dal giovane Sassolo, fattosi capo della rivolta, furono combattuti e sconfitti nelle vie stesse della città, ed i condottieri, il podestà ed altri maggiorenti del partito estense fatti prigionieri. I Rangoni ed altri fuorusciti erano in tutta fretta, con soccorsi, arrivati da Bologna ed attizzavano maggiormente coll'esempio e gli incitamenti i cittadini alla lotta. Alla sera dello stesso giorno la causa popolare poteva dirsi vinta e Modena completamente perduta per gli Estensi. Tuttavia, all'indomani, col sopraggìungere di nuovi fuorusciti, quali i Boschetti, i Savignani ed altri, il furore popolare prese nuova ansa: fu incendiato e distrutto in gran parte — previo saccheggio — il palazzo o castello che era stato residenza degli Estensi; distrutto ed incendiato il copioso Archivio che ivi si conservava; saccheggiate le case dei più noti fautori degli Estensi ed altri consimili eccessi, spiegabili come reazione dell'odio e. dell'ira popolare lungamente compresse. Poi cominciarono i festeggiamenti per la riacquistata libertà e per tutta la primavera e la state — dice il Tirabosebi, scrittore ligio agli Estensi: — « fu impiegato in bagordi, in feste, in danze e vedevansi giovani al pari che vecchi aggirarsi per la città col capo cinto di fiori e con vesti messe ad oro ed argento, ebbri dì allegrezza... >.
Nel frattempo gli anziani, i maggiorenti e coloro che erano stati i preparatori della fortunata sollevazione, attendevano a riordinare il Comune sulle basi dell'antica libertà. Furono abbattute le aquile e le altre insegne di Casa d'Este; il nome di questa famiglia fu proscritto con solenne plebiscito dalla città; venne formato il catalogo dei nobili e quello dei popolani — documenti che ancora si conservano — onde fossero degnamente distribuiti i gravami e gli uffici pubblici ; si formò un Consiglio di quattrocento cittadini, scegliendone cento dei più noti e stimabili per ognuna delle quattro porte principali; si elesse un Consiglio di Sapienti, perchè assieme al capitano (che doveva tener luogo del podestà) conducessero gli affari del Comune; un altro Consiglio di sei sapienti, tra i quali era il giurista Valentino de' Valentin!, fu delegato allo studio ed alla riforma degli statuti; infine, per impedire ai nobili di avere il sopravvento e di ricondurre il Comune alle discordie ed alla servitù, come