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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincie di Modena e Reggio nell'Emilia
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1902, pagine 328

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   l'arie Terza — Italia Centrale
   La guerra sostenuta da Modena contro Bologna diede occasione ad 1111 tentativo di rivincita fatto dal partito ghibellino, le cui sorti nell'Italia superiore andavano alla peggio. Tutte le città ghibelline dell'Emilia e della Lombardia mandarono soccorsi d'armi e di danari a Modena: Cremona mandò il celebre suo capitano Buoso da Duvara, con gran numero di lande e di fanti. L'imperatore Federico mandò Enzo, suo figlio naturale, re di Sardegna, con un forte nerbo di troppe tedesche, siciliane e calabresi. Intorno a Modena, nel 1249, si preparava la riscossa del partito ghibellino. Dal canto loro i Guelfi non stavano colle mani alla cintola; il papa, il marchese di Ferrara, i Fiorentini, i Parmigiani, i Reggiani e quanti altri 111 quel momento parteggiavano contro l'Impero, fecero a gara per mandare aiuti di vettovaglie a Bologna. La guerra tra Bologna e Modena aveva perduto il suo carattere di episodio parziale, locale, per assurgere all'importanza di un fatto nazionale d'ordine primario. Dall'esito di quella guerra doveva sorgerne poi l'Italia o guelfa o ghibellina. Nella primavera di quell'anno, quando i Bolognesi ed ì loro alleati si sentirono ben pronti, marciarono verso Modena, accampando sulla sponda destra del Panaro e si impadronirono del ponte di Sant'Ambrogio, guastato dai Modenesi per impedire il passaggio del fiume ai nemici. Volendolo riattare mandarono dei loro uomini al di là del liunie, sul territorio modenese, a tagliar legname. Sorpresi dalle truppe tedesche, Modenesi e Cremonesi sotto il supremo comando del re Enzo, costoro diedero rapidamente volta, ripassando a nuoto ed a guado il fiume e dando l'allarme ai Bolognesi e loro alleati in vedetta. I Bolognesi, senza indugiare, sebbene il ponte di Sant'Ambrogio fosse, per guasti fattivi dai Modenesi, ili pessimo stato e pericoloso, passarono il fiume. In breve la battaglia, accettata animosamente da Enzo, si fece generale. Egli, secondo narrano il Gherardello, il Sigonio ed altri storici che trattarono diffusamente di questa guerra sì disastrosa per il partito ghibellino nell'Alta Italia, aveva divisa la sua gente in due squadre, una dì battaglia ed una di riscossa, collocando in ciascuna delle due prime metà dei suoi soldati tedeschi nei quali assai fidava, affinchè sostenessero gl'Italiani, e formando la riserva della sola milizia modenese.
   Dall'altro canto il pretore di Bologna aveva diviso il suo esercito in quattro parti; nella prima trovavansi i fanti ausiliari del marchese d'Este e parte della cavalleria estense; nella seconda il rimanente di questa e 2000 fanti della tribù di San Pietro ni Bologna, di fresco arrivati al campo ; la terza ora composta dalle milizie delle altre tribù e da 800 cavalli bolognesi; nella quarta erano le milizie scelte sotto il coniando dello stesso loro pretore Filippo degli Ugoni, formate da 900 cavalli, mille cittadini e 900 arcieri a piedi. La battaglia si mantenne gagliarda fino a sera con pari ardore dall'una e dall'altra parte e con uguale successo. Il re Enzo ebbe un cavallo ucciso, che lo travolse nella caduta. I suoi Tedeschi furono pronti a difenderlo ed a farlo risalire sopra un altro cavallo, ma ciò non impedì alle cose della battaglia di volgere disastrosamente per i Ghibellini, che sul fare della sera erano in piena rotta lasciando nelle mani dei Bolognesi e loro alleati Guelfi, numerosi e cospicui prigionieri, tra i quali primeggia, con re Enzo, Buoso da Dovara, capo dei Ghibellini cremonesi.
   I Ghibellini e Modenesi sconfitti si ritirarono in Modena, ove s'approntarono alla difesa ed infatti, qualche tempo dopo, l'esercito dei Guelfi era intorno alla città stringendola di regolare assedio, mentre ne devastavano il territorio altre truppe dei Bolognesi e loro alleati. Fu questo uno dei momenti più gravi che la storia di Modena ricordi. Non pertanto fu dai Modenesi affrontato con grande stoicismo e coraggio. Chiusi nel recinto delle mura, delle bastile e delle palizzate rapidamente rafforzate e costrutte, i cittadini dirigono la più ostinata resistenza e sopratutto cercano di stancare il nemico, coll'obbligarlo a tenersi quanto più possibile inerte sotto le mura. Se 1111 assalto era tentato veniva vigorosamente respinto ; nessuna sortita od atto offensivo facevano, come avrebbero voluto gli assediami, gli assediati per tentare di rompere