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l'arte Terza — Italia Centrale
Non contento di questi successi, il cardinale Ubaldini continuava a stimolare i Bolognesi ad imprese maggiori e nell'anno seguente, essendo la parte imperiale ancor più caduta in basso, i Bolognesi, determinati di approfittare dello stato di cose favorevole, offrivano la carica di loro capitano generale al marchese d'Este, signore di Ferrara, nel proposito di battere i Ghibellini singolarmente rafforzati intorno a Modena. 11 marchese d'Este, infermo, non potò accettare la carica; ma per mostrare ai Bolognesi il suo aggradimento per l'impresa alla quale si accingevano, mandò ili loro aiuto 3000 cavalli e 2000 fanti. All'aprirsi della campagna i Bolognesi, colle forze loro e degli alleati, col Carroccio guardato dalle compagnie cittadine, date dalle porte di Stierì, San Procolo e Eavignaiio, sotto il comando del loro podestà Filippo degli Tigoni e del legato pontificio cardinale Ottaviano Ubaldini, si posero in marcia su Modena, non senza aver prima fortificati di presidio i castelli di Nonantola, Crevalcore e Castelfranco. Dal canto loro i Modenesi, cogli alleati Ghibellini eie truppe imperiali napoletane, condotte dallo stesso figlio di Federico 11, Enzo re di Sardegna, formanti un nucleo di circa 15.000 combattenti, pensavano d'opporsi vigorosamente ai nemici sulla linea del Panaro, copioso fiume che scorre a tre miglia ad oriente dalla loro città. Ma, quando avanzatisi tardivamente, s'accorsero clic i Bolognesi, occupato il ponte di Sant'Ambrogio, avevano occupata la sponda sinistra del fiume e circuivano il borgo di Fossalta, sentendosi in posizione troppo sfavorevole, credettero opportuno di non venire all'attacco ed accamparono sulla larga posizione, in attesa di quello che il nemico avrebbe fatto. 1 Bolognesi, sebbene favoriti dalla posizione sul fiume, ma in minor numero, stimarono opportuno non attaccare, attendendo nuovi rinforzi mandati a levare in gran fretta dalla città. Stettero così per qualche giorno i due eserciti di fronte, scambiandosi le provocazioni senza venire ad alcun serio fatto; ma quando il Senato di Bologna ebbe pronta la compagnia della Porta di San Pietro, formata di circa 2000 fanti, la mandò sollecita insieme all'ordine di venire a battaglia. E così fu difatti. 11 26 inaggio, sul far del giorno, i Bolognesi, levato improvvisamente il campo, mossero contro il nemico, mostrando di volerlo attaccare a tergo dal lato degli Aperinini. Fu sollecito il re Enzo a mandare da quella parte un forte nerbo di truppe, credendo che ivi fosse il maggior pericolo; ma non ottenne altro effetto clic di scindere in due le proprie forze, il che era nei desiderati del nemico. I Bolognesi invece fecero saggia distribuzione delle loro, tenendosi per ogni eventualità pronta la riserva formata appuntò dalla compagnia di San Pietro, (li fresco arrivata. Questa battaglia descritta minutamente dal Sigonio, dal quale il Ghirardacci ha presi tutti ì particolari, durò fino a sera, e terminò colla completa sconfitta dei Ghibellini. Ile Enzo e Buoso da Dovara, insieme ad altri capi del partito ghibellino, rimasero prigionieri.
Il podestà di Bologna, lieto del successo e della preziosa preda, non volendo correre il rischio, per un qualche incidente impensato, di lasciarsi sfuggire un prigioniero tanto prezioso quale era Enzo, si pose subito in istrada per condurlo a Bologna. Giunto al castello d'Anzola incontrò le deputazioni del Comune e gran folla di cittadini, che, saputo della battaglia, con trombe e fiaccole, movevano incontro ai vincitori. « Da questa terra tino alla città — narrano i cronisti — tutta la strada era affollata di gente curiosa di vedere fra i prigionieri il principe Enzo e per esser figliuolo di così potente imperatore e perchè re egli stesso. Oltre di ciò la sua fresca età di 25 anni, i biondi dorati capelli che gli scendevano fin sopra i fianchi, la gigantesca figura per cui sovrastava a tutti gli altri captivi, la nobiltà e la maschia bellezza del viso, su cui vedovanti vivamente espressi il suo valore e la sua sventura, faccvanlo oggetto della universale ammirazione ».
Il Senato di Bologna, comprendendo tutto il valore del pegno che gli era venuto fra le mani, votò subito — per suggerimento di Uolandino de' Passeggieri — un decreto che fu fatto ratificare da plebiscito popolare, col quale si vietava per sempre di