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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincia di Bologna
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1900, pagine 272

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   (JO l'arte Terza - Italia Centrale
   cui grazie, per intrighi e raccomandazioni, l'Am-mannato aveva saputo penetrare, non tenendo conto ne del concorso, né delle sue risultanze, decretò che a costui — il cui modello era riuscito il più sgraziato e meno proprio di tutti — fosse affidata l'opera e ne venne l'insipido e golfo Biancone che ancor si vede e che per lungo tempo fece dire agli arguti Fiorentini « Aimnannato ! Ammanitalo ! Qual bel marmo hai rovinato » ! 11 fatto destò clamore e tutti riputarono un vero torlo, una patente ingiustizia quella usata dal duca al Gian Bologna.
   11 Laureti, al quale premeva assai accontentare il Senato bolognese per la erigenda fontana, arrivò a Firenze mentre era vivo il clamore suscitato da questo fatto, volle vedere il modello respinto del Gian Bologna e tanto se ne innamorò che trattò senz'altro con quest'artista per la fontana da lui ideala.
   Il Gian Bologna, nativo di Douai in Fiandra (1524-1008), era venuto in Italia a perfezionarsi; vissuto lungamente a Roma ed a Firenze, compiè nell'una e nell'altra città opere egregie, tra cui rimarranno eternamente classiche il Mercurio volante, la statua equestre di Cosimo I, la Fontana di Boholi, il Colosso di Prutolino. Disgustato del torlo fattogli a Firenze Gian Bologna accettò le profferte del Laureti e venne a Bologna nel 1503 insieme a Zanobi Portigiani, espertissimo fonditore, che doveva coadiuvarlo nella non facile impresa, I due artisti posero la loro officina sotto due arcate del Pavaglione — allora in costruzione — e che furono espressamente murate. Quivi condussero a termine la maestosa e colossale statua del Nettuno, i quattro putti coi dei-lini, le stupende sirene —* dette allora arpìe — e gli stemmi del Comune di Bologna, di Pio IV, pontefice, di Carlo Borromeo, legato pontificio, e di Pier Donato Cesi, vice-legato: lavori tutti in bronzo. Nel frattempo, sempre sotto la sorveglianza del Laureti e di Gian Bologna, lavoravano ai marmi Giovanni Andrea della Porla, Antonio FtH.no da Mantova e Andrea Riva, milanese. Gian Bologna, mentre attendeva al lavoro, si recò a Roma per far omaggio al papa di un modello della fontana quale sarebbe finita; altrettanto fece verso il Senato bolognese, ed il modello, clic ancora si conserva nel Museo della città, dà ragione delle moditicazioni introdotte dall'artista nello sviluppo e compimento dell'opera e specialmente del pezzo principale di essa, la statua colossale del Nettuno. Questa è modellata superbamente e con si perfetta cognizione del vero anatomico che di più non avrebbe potuto fare lo stesso divino Michelangelo. S'imputa da taluno a questo Nettuno una certa rassomiglianza nella posa col Perseo di Cellini, che e tesoro della loggia d'Orcagna a Firenze.
   Può essere clic quella statua, che allora fu il maggior successo scultorio del tempo, abbia eser-
   citato un certo fascino suggestivo sullo scultore del Nettuno; ma havvi fra i due lavori si sostanziale differenza nella modellatura, nei particolari, nell'arte colla quale furono condotti, che nessuno può seriamente contestare al Nettuno di Gian Bologna il carattere di propria ed assoluta originalità artistica. Nessuno che guardi il Nettuno può seriamente pensare al Perseo di Cellini, come guardando al Perseo è ben difficile pensare al Nettuno del Gian Bologna. Mirabili particolari di questa vera importantissima opera d'arte sono i quattro delfìni che stanno agli angoli della cimasa ai piedi del colosso e le quattro sirene sprementi dalle mammelle turgide i zampilli d'acqua, agli angoli dello zoccolo. Le decorazioni accessorie in bronzo ed in marmo sono barocche, ma non eccessivamente, in modo da stonare coll'arte pura ed eletta delle parti principali.
   La fontana fu lavorata internamente in modo
   che potesse gettare acqua da 90 zampilli..... e
   non tutti del miglior gusto. L'acqua necessaria per questi getti — che nelle solenni ricorrenze si attivavano tutti — derivava da sorgenti che sì trovavano a mezzogiorno della città. B Laureti, valendosi dell'opera dell'idraulico Grisante per le tubazioni «acquedotti, purga toi e fistole», come allora erano delti certi congegni, condusse l'acqua alla fontana, che risulta finita nel 15GG, e col costo complessivo di 70.000 scudi d'oro.
   Temendo, in tempi turbolenti, le devastazioni per opera di vandalici malintenzionati, il Senato di Bologna, nel 1600, fece circondare il monumento da quella brutta e pesante cancellata, con fontanelle accessorie, durata fino al 1888, l'anno provvidenziale della Esposizione emiliana, nel quale Bologna si rivelò quasi a gran parlo d'Italia rinnovata e moderna, degna di stare fra le più belle nostre città. In quell'anno medesimo, inaugurandosi il nuovo acquedotto derivato dal Setta, col quale si forniva la città di ottima acqua potabile, anche alla fontana del Nettuno venne immessa quest'acqua.
   Sui quattro lati della vasca leggesi questa epigrafe :
   1 ' FORI ORNAMENTO
   TOPULl COMMODO AERE PUBBLICO MOLIMI,
   Monumento a Vittorio Emanuele II (fig. 43).— Sorge sulla piazza Maggiore, che lìn dal 1860 fu intitolata a Vittorio Emanuele. Consta di un basamento assai semplice in granito sul quale poggia la statua equestre del primo re d'Italia in bronzo, fortemente modellata dallo scultore Giulio Mon-teverde, un ligure trapiantato a Roma. Venne inaugurata, presenti i Reali, nel giugno 1888, durante ì festeggiamenti pel centenario dello Studio bolognese. È opera d'arte generalmente lodata, ma non scevra di mende, specie per la fusione. Questo monumento fu votato nel 1878,