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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincie di Ancona Ascoli Piceno Macerata Pesaro e Urbino
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1898, pagine 415

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   Mandamenti e Comuni    279
   reintegrati nel potere, e due volte lo furono sin dalla fine del XIV secolo, sotto papa Urbano VI.
   Nel 1426 papa Martino V, irritato dall'iniquo procedere di Antonio Smeducci, figlio di Onofrio, gli mosse guerra e gli spedì contro 1500 cavalli, sotto il comando di Giacomo Caldora, e 500 uomini di Fermo guidati da Lodovico Migliorati, insieme ad altre milizie arruolate nelle Marcile da Pietro della Colonna. Lungo e terribile fu l'assedio posto a San Severino, ove entrarono i collegati dopo quindici giorni, il 19 giugno 1426, gridando : Viva la Chiesa, morie al t iranno ! La città fu saccheggiata e i cittadini furono malmenati e spogliati dei loro averi. Lo Smeducci, che erasi rifugiato insieme alla moglie ed ai figli nella torre, fu preso, incatenato e condotto poi alla rocca d'Ascoli e da quella trasportato in Narni, dove gli fu letta la condanna del perpetuo esilio dalla patria.
   Suo figlio Smeduccio, tentò di riavere San Severino e la perduta signoria; ma non ostante che, armata mano, irrompesse contro la città, fu respinto. Così San Severino tornò sotto la protezione, della Chiesa, con libero reggimento, governandosi coi suoi magistrati e col proprio statuto comunale, riordinato e terminato l'anno 1427.
   Ma le fazioni tenevano in continua agitazione la terra ed a quelle si aggiunse il dispotismo di alcuni legati e rettori della Marca e segnatamente di Astorgio vescovo di Ancona, che trasferitosi nel 1427 a San Severino, volle imporre gravezze enormi al Connine, spogliando in pari tempo l'erario pubblico. I cittadini, ribellatisi, lo cacciarono dal castello; ma vinta la sedizione Astorgio sì vendicò acerbamente, facendo appiccare sei cittadini che avevano avuta parte principale nella sommossa. Martino V allora, temendo di peggio, ordinò al vescovo di procedere con maggiori riguardi e prudentemente. Ma i governatori pontificii seguitarono nel comportarsi male e specialmente l'ultimo, il celebre cardinale Giovanili Vitelleschi, il quale trovavasi in San Severino nel 1133. Ai cittadini dette speranza di migliore governo l'occupazione della Marca, che sfavasi compiendo dal conte Francesco Sforza, capitano dei Visconti di Milano. 1128 dicembre 1433 fu infatti stipulata una convenzione collo Sforza, il (piale promise di mantenere al Comune tutti i suoi privilegi, statuti, concessioni ed impadronitosi del territorio situato tra il Tronto e l'Isauro, fece di San Severino una delle principali piazze di guerra e la donò a suo fratello Alessandro Sforza, assicurando i Sanseverinati che avrebbero avuto in lui e nel fratello due padroni.
   In questo tempo la città poteva ben considerarsi conte una tra le principali della regione marchigiana, tenuta 111 somma considerazione dalle più cospicue città italiane tanto che, nel 1438, i priori della città di Firenze deferirono ai rettori, ufficiali e consiglieri di San Severino, la nomina di due notai per scrivere le confessioni e deposizioni dei testimoni nella istruzione dei processi criminali e tali notai furono i Sanseverinati Giacomo di Cola Amatucci e Pietro di Giovanni Nucciarelli.
   Nel 1444 Alfonso d'Aragona, venuto nelle Marche a combattere lo Sforza, strinse lega col Piccinino e riuscito alla fine a sopraffare le milizie sforzesche, ripristinò nel vicariato Smeduccio figlio di Antonio Smeducci, che il 16 di agosto di detto anno fu acclamato quale « benefattore e governatore della Repubblica, sotto la fedeltà ed obbedienza della Chiesa ».
   La vittoria riportata dallo Sforza a Montolmo pose di nuovo la città in suo potere ed egli vi dominò sino al 1415, nel qual anno San Severino gli si ribellò e si dette alla Chiesa.
   Nei nuovi Capitoli, segnati il 15 novembre a Tolentino col cardinale d'Aquileja, fu compresa l'espulsione perpetua degli Smeducci ed il loro confine a miglia 200 da San Severino e la confisca di tutti i loro beni, a favore del Comune, ed il perpetuo bando fu consacrato anche nello statuto comunale.
   Allora San Severino tornò sotto l'immediata dipendenza della Chiesa e dal 21 al 23 luglio del 1449 sì onorò di ospitare Nicolò V, come nel 1464 ospitò papa Pio II che recavasi in Ancona.