Stai consultando: 'La Patria. Geografia dell'Italia Provincie di Ancona Ascoli Piceno Macerata Pesaro e Urbino', Gustavo Strafforello

   

Pagina (167/423)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina      Pagina


Pagina (167/423)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina




La Patria. Geografia dell'Italia
Provincie di Ancona Ascoli Piceno Macerata Pesaro e Urbino
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1898, pagine 415

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

Aderisci al progetto!

   
[Home Page]




[ Testo della pagina elaborato con OCR ]

   Ascoli Piceno
   -j',5
   suoi studi. È probabile che Cecco, non molto dopo la persecuzione patita, forse dopo aver rivista la sua Ascoli diletta e visitate Roma e Napoli, riparasse a Firenze o vi fosse chiamato. E verosimile altresì il credere che le relazioni di amicizia e di alleanza, intercedenti fra le repubbliche di Firenze e di Ascoli, oltre alla fama della dottrina, rendessero cortese ed ospitale al proscritto la nuova sede, ove pochi anni dopo un Medialuso d'Ascoli sarà podestà riluttante alla usurpazione tirannica del duca d'Atene. Un altro suo concittadino, un altro Francesco d'Ascoli, frate e teologo, chiamato il Dottor saccinto, consigliere aulico di Ite Roberto, lo mise forse nelle buone grazie del duca di Calabria, prima ancora che (piesti fosse chiamato a riordinare ed a reggere lo stato di Firenze.
   « Comunque sia di ciò, noi troviamo Cecco alla corte del duca in qualità di astrologo, e fors'anco di maestro e di medico, verso il 1326, nel palagio del Comune di costa alla Badia. L'onorevole ufficio e l'altri protezione rendevano a Cecco più che mai agevole e fruttuoso il lavoro scientifico e gli fornivano i mezzi necessari a studi seri ed efficaci. Era tornato, per altra via, al porto da lui desiderato; gli rifioriva una vita nuova di propositi e di speranze, proprio nella città, ove il pensiero ed il cuore d'Italia più fortemente si agitavano ed operavano i miracoli nuovi della letteratura e delle arti figurative. Lo scienziato temprava il suo ingegno alle sorgenti stesse del dolce stil nuovo e si rivelava poeta.
   « Ma i suoi nemici vecchi vigilavano e ne sorgevano dei nuovi, preparandosi lutti di concerto ad assalto più poderoso.
   & Il maestro, riavutosi presto dai colpi dell'avversa fortuna, riprese con intrepido carattere e infrenabile libertà ili pensiero e di parola a professare la sua dottrina, dentro e fuori la corte ; concepì e compose in gran parte un poema, \'Acerba, che per l'importanza del contenuto, se non per la forma, doveva osare di misurarsi col più grande poema dell'umanità. La superbia del concepimento fa testimonianza delle profonde convinzioni del poeta filosofo e della fede inconcussa di lui nella verità e, utilità indiscutibile della sua scienza, non già di puerile vanità di oscurare la Divina Commedia ed il divino genio del Ghibellino fuggiasco.
   « Intanto gli avversari, di cui istigatore e consigliere era questa volta Dino del Garbo, padre del denunziatole di Bologna, impotenti a combattere ed a vincere nel campo del sapere, si erano volti al tradimento ed avevano guadagnato alla loro causa frate Accursio, inquisitore del santo uffizio nella Toscana, dopo averglielo rappresentato come un eretico della peggiore specie, e capace di corrompere e perdere tutto lo stato fiorentino. Frate Accursio si fece mandare dal collega di Bologna il processo del 1321 e su quello
   cominciò a macchinare il nuovo procedimento contro il favorito del duca. Per meglio colorire il pravo disegno, Dino del Garbo e i suoi alleati tirarono dalla loro il vescovo di Aversa, cancelliere di Carlo ili Calabria, e lo persuasero a screditare Cecco nell'animo del signore, onde questi, capo di guelfi in una città guelfa, lasciasse piena libertà d'azioneal sacro tribunale contro 1 illustre maestro.
   « Cecco fu tradotto dinanzi a frate Accursio dell'ordine dei Minori e chiamato a rispondere delle accuse mossegli contro. Testimonianze ben congegnate e i poderosi argomenti della torlura poterono facilmente produrre l'evidenza legale della colpabilità.
   i Nel coro'della chiesa di Santa Croce, alla presenza del detto inquisitore, del cardinale Giovanni degli Orsini, legato pontificio, di Ihioso eletto aretino, ili Filippo cameriere di detto legato, del vicario generale del vescovo di Firenze, dei dottori consulenti dell'ufficio d'inquisizione e dei loro famigliari e di molli altri chierici e laici, il povero .Cecco fu fatto salire sopra un alto paleo, perché ili li ascoltasse la lettura degli atti processuali e della sentenza. Ad ogni capo d'accusa, veniva domandato a Cecco se fosso vero, ed egli rispondeva con fermezza stoica: L'ho detto, l'ho insegnato e lo credo ! Parole che dovrebbero essere incise sul monumento del martire!
   « Pronunziata la ferale sentenza, che non turbò punto il forte pensatore, questi fu consegnalo al Bargello Iacopo da Brescia, acciò il crudele giudizio fosse tosto eseguito. Dal tempio di Santa Croce Cecco fu immantinente condotto fuori porta alla Croce, al luogo solito della giustizia, mostrando egli per tutto il cammino animo intrepido e costante. Giunto al luogo determinato, fu legato con una catena ad un palo, intorno al quale era gran quantità di legna. Il carnefice appiccò il fuoco e lo scienziato ascolano fu bruciato alla presenza ili moltitudine infinita dì popolo.
   « Ila d martirio del maestro non poleva appagare la giustizia, che infierì subito, e per lunghi anni dopo, contro gli scritti di lui, volendo cancellarne, se fosse stalo possibile, perfino la memoria dal mondo. Nel truce proposito riuscì in parte, perchè ancora, in pieno secolo XIX, gli studiosi sono ben lungi dalla meta generosa di ricostruire il personaggio e l'opera sua.
   « Le due opere maggiori di Cecco che ancora ci rimangono sono: 1° Commentarti sulla sfera di Sacrobosco, da lui composti ili Bologna ed esposti in quella Università; 2° il poema YAcerba, che sembra composto verso il 1326 e 27, o almeno non compiuto prima di questo tempo, giacché non si trova menzionato nella sentenza dello inquisitore di Bologna, neppure citato nei Commentarli, mentrechè viene nominato e sco-nuinicafo nel processo fatale di Firenze.