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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincie di Bergamo e Brescia
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1898, pagine 540

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   Brescia
   301)
   allargarsi della potenza scaligera da Verona al Po, al Garda, all'estuario veneto e fin verso le Alpi Friulane, ove si stendevano i domini) temporali del patriarcato d'Aquileja.
   Un periodo di pace relativa fu per Brescia la seconda metà del secolo XIV tino alla morte di Gian Galeazzo Visconti, il primo duca di Milano; poiché la consolidata potenza di questa famiglia sull'acquistatosi dominio tenne in freno gli umori delle fazioni. Peraltro, alla morte di Gian Galeazzo, rimasto lo Stato nelle mani d'un giovinastro viziato ed inetto qual fu Giovanni Maria, le fazioni scoppiarono di nuovo più violenti che mai fra i Guelfi, capitanati dagli Avogadro, dai Martinengo, dai Lantana, dai Ronzoni, ed i Ghibellini che avevano alla lor testa i Gambara, i Luzzago e gli Oldofredi d'Iseo. Furono parecchi anni di lotte, di stragi, di disordini nella città e nel contado, fra i quali potette per alcun tempo dominare come signore quel Pan-dolfo Malatesta che s'era pur fatto gridare signore di Bergamo. Ma la battaglia di Maclodio (1426), vinta dal Carmagnola, capitano pei Veneti contro le truppe di Filippi Maria Visconti mandate 111 isbaraglio, cambiò d'un tratto la situazione delle cose. Brescia, per desiderio di quiete e di più sicura libertà, aprì spontanea le sue porte al Carmagnola trionfatore, mettendosi sotto il dominio protettore di Venezia.
   Le condizioni di questa dedizione furono vantaggiosissime pei Bresciani : rispettati gli statuti ed i privilegi dalla città tin'allora goduti: le magistrature interne e del contado affidate a Bresciani; il Governo veneto rappresentato dami solo magistrato, il podestà o provveditore clic si voglia dire; gravame erariale i soli dazi. I patti furono da Venezia lealmente mantenuti. « Sotto le ali di San Marco — scrive Gabriele Rosa — ì Bresciani salirono in alti onori ed in ricchezza, delle quali lasciarono splendidi monumenti nei palazzi pubblici e nelle magioni private ».
   Più tardi Filippo Maria Visconti, rifattosi dalle batteste avute, mandò il suo generale Nicolò Fortebraccio, detto comunemente il Piccinino, a tentare la riconquista di Brescia e delle altre terre perdute nella disastrosa giornata di Maclodio; quel capitano di ventura.bloccò Brescia, tentando più volte l'assalto delle mura. Ma fu sempre respinti dal valore dei cittadini, partecipando alla lotta anche le donne, i vecchi, i fanciulli Dopo due anni di inutili tentativi, durati dal 1438 al 1440, il Piccinino dovette abbandonare l'impresa e, fatta la pace con Venezia, Filippo Maria Visconti ne riconobbe i diritti su Brescia. Passarono così circa 70 anni di pace prosperosa, nei quali Brescia potè sanare. ì mali delle trascorse vicende ed aiutare di danaro, di uomini volonterosi la.Repubblica Veneta nelle sue guerre contro i Turchi — alle invasioni dei quali verso l'Occidente essa fu la più solida barriera — i Fiorentini e l'imperatore Massimiliano.
   La bufera addensatasi sull'Italia, tra lo scorcio del secolo XV ed il principio del secolo XVI, per le vicende del Ducato di Milano è la Lega di Castel Cambrai contro Venezia,'si scaricò in parte anche su Brescia. Dopo la battaglia di Aguadello sul Cremonese (1509) tra i Francesi di Luigi XII ed ì Veneziani, battaglia riuscita fatale a questi ultimi, Brescia fu occupata dai vincitori. Gli usi e la burbanza soldatesca dei Francesi urtarono ben presto i sentimenti della popolazione, che un bel giorno, quando la misura fu colma, eccitata da Luigi Avogadro, si sollevò e, con una specie di piccolo vespro, cacciò dalle proprie mura i soldati ed i magistrati messi dal re di Francia. Gastone di Foix, nipote di Luigi XII e generalissimo delle truppe reali in Francia, da Bologna, ove si trovava col grosso delle sue truppe per procederi1 poi nella Romagna, con una rapidità allora sorprendente corse su Brescia: con assalto improvviso e ben nutrito delle artiglierie, non senza grande effusione di sangue, se ne impadronì e per tre giorni consecutivi l'abbandonò al furore ed al saccheggio delle sue soldatesche, le quali non vi fu atto di nefandità e di barbarie che non commettessero sui cittadini, senza riguardo alcuno a sesso ed età (19 febbraio 1512). Infinito il numero dei cittadini caduti in difesa della patria, delle loro case e delle loro famiglie; fra i tanti si ricorda, come bel tratto d'eroismo, la resistenza dei fratelli