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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincie di Bergamo e Brescia
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1898, pagine 540

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   l'arie Seconda — Alta Italia
   fermento popolare crescendo e trasformandosi in aperta rivolta, Ezzelino, impotente a
   sedarlo, fu sollecito ad abbandonare In città ed a riprendere la campagna contro la lega dei Guelfi o Crociata che gli si addensava sopra. Sconfitto alla battaglia dell'Adda presso Cassano, mentre volgeva alla ritirata, fu sbalzato da cavallo e ferito — secondo la tradizione — da Mezzoldo Lovellongo, valoroso bresciano, il quale vendicava così i vituperi commessi dal tiranno sulla sua patria.
   Poco appresso si impadronì di Brescia Oberto Pelavicino, altro di quegli avventurieri signorotti del secolo XIII che, barcheggiando fra le discordie delle fazioni e delle città, trovavano modo di farsi ricchi e potenti; ma fu dominio di corta durata e la città tornò, dopo cinque anni, al reggimento popolare, subendo peraltro l'alternarsi violento delle fazioni. Più volte furono tentate ed anche giurate, specie per l'intromissione del clero e del vescovo Berardo Maggi, delle paci generali ed il perdono e l'oblìo delle offese; ma bastava ini incidente minimo per riaccendere le mal sopite contese e ritornare la città ai trambusti ed alle battaglie per le vie.
   La venuta di Arrigo VII di Lussemburgo, così ingenuamente auspicata dai Ghibellini italiani — Dante compreso — fu causa per Brescia, ardentemente guelfa, di nuove sciagure. Nel maggio 1311 Arrigo, per rendersi bene accetto ai Ghibellini che lo volevano un po' esecutore delle loro vendette e per punire la città che gli negava soggezione e clic aveva eletto a proprio signore Tebaldo Brusato, capo della fazione guelfa e suo personale nemico, la cinse di strettissimo assedio. < La città — dice il Muratori — era forte per mura e per torri, ma più ancora per la bravura dei cittadini, i quali, per più di quattro mesi, renderono inutili tutti gli assalti e le macchine dell'esercito nemico >. In una sortita fatta nella metà di giugno dai Bresciani restò fra gli altri prigioniero dei Tedeschi Tebaldo Brusato, ch'era anima della difesa. Gli fu dai capitani dell'imperatore offerta la libertà e salva la vita s'egli avesse persuasi i concittadini alla resa. All'incontro il Brusato, emulando in ciò la virtù di Attilio Regolo, scrisse ai Bresciani di non preoccuparsi della sua sorte, di resistere sempre quanto e più potevano al nemico. Manco a dire: saputosi di quella missiva il valoroso cittadino fu martoriato, trascinato a coda di cavallo per il campo tedesco ed in fine squartato. 1 suoi miseri avanzi furono così portoti in trionfo a vista degli assediati, davanti alle torri che difendevano le porte della città. I Bresciani non esitarono nn momento e. rendendo pan per focaccia all'imperatore, fecero subire ugual funzione a quanti Tedeschi erano rimasti prigionieri nelle loro mura.
   Solo alla fine di agosto, ridotta a fame, decimata dalle malattie e riconosciuta impossibile ogni ulteriore resistenza, Brescia capitolò ad onorevoli condizioni, che non furono mantenute dall' imperatore, il quale, per prendersi una soddisfazione, fece smantellare i migliori baluardi della città. A questo assedio, come quasi sempre allora avveniva, seguirono la peste e la carestia, che fecero strage della popolazione e in città e fuori.
   Col migliorare delle cose ricominciarono le lotte delle fazioni interne e gli agguati dei nemici esterni. Can Grande della Scala, che da Verona andava estendendo il suo dominio per le città del Veneto, proclamandosi — come i Visconti facevano in Lombardia — vicario dell'imperatore e capo dei Ghibellini nella regione, tentò più volte d'impadronirsi di Brescia. Per sottrarsi a questo pericolo la guelfa città, intermediario il papa, si diede a Roberto d'Angiò re dì Napoli (1319); poi, essendo ipotetici gli aiuti che si potevano sperare da quel re lontano ed incurante, alla discesa del re avventuriero, Carlo di Boemia, Brescia, prima ancora di Bergamo, gli si diede per dedizione spontanea (1330); ma fu pur questa protezione effimera, inefficace. Mastino della Scala, nel 1331, riesci ad impadronirsene ed a tenerla per oltre nn anno: dopo luì se ne impossessò, col pretesto di ripristinarvi l'ordine per le fazioni di nuovo scoppiate, Azzone Visconti, appoggiato dai Veneziani, poco teneri e sospettosi dell'eccessivo