Brescia
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del pontefice parve ad Arnaldo un'opportunità favorevole all'attuazione delle sue idee; perciò; con parole più ardenti che mai, eccitò il popolo a sottrarsi dalla signoria ecclesiastica e governarsi liberamente, ^istituendo l'antica Repubblica di Roma. Fu tanto l'entusiasmo destato dalle predicazioni di Arnaldo, che il popolo levatosi in armi cacciò il prefetto di palazzo ed i rappresentanti dell'autorità pontificia, poi atterrò le case ed i palazzi dei cardinali e dei partigiani di papa Eugenio III, istituì un Senato a guisa di quello dell'antica Roma e chiamò a farne parte lo stesso Arnaldo. Questo bagliore di libertà durò pochi mesi. Subentrata la discordia fra nobili e plebei, gli emissari del papa ne profittarono onde risollevarne il partito e sul finire dell'alino stesso Eugenio III rientrava in Roma come trionfatore. Arnaldo però non abbandonò il campo. Rimase in Roma e, protetto da alcuni senatori e più ancora dall'immensa popolarità acquistatasi, continuò, sotto i fulmini di Eugeiiio, le predicazioni delle sue dottrine e sopratutto la propaganda contro la dominazione temporale dei papi.
Gravi avvenimenti nel frattempo maturavansi in Germania e nell'Italia superiore. Succeduto a Corrado III imperatore, Federico di Svevia, detto Barharossa, scendeva in Lombardia per ripristinarvi l'autorità imperiale, dalle espansioni comunali troppo menomata. Non è il caso di rifar qui la narrazione delle vicende di quella sua prima discesa in Italia. Diremo solo che, credendo colla distruzione eli Tortona e di qualche altro castello, di avere incusso rispetto e timore ai Milanesi, Barharossa si diresse su Roma per prendervi la corona imperiale. Parve disposto Adriano IV, che allora pontificava, acl accordargliela, e pensò bene, per consiglio di Ottone Frangipane e di Pietro Prefetto, di mandargli un'ambasciata di otto cardinali onde concertare preventivamente ogni cosa. L'ambasciata incontrò Federico al castello di San Quirico. Quivi si fecero i patti reciproci pella incoronazione. I legati del papa, fra le altre domande fatte al Barharossa e da questi consentite, vollero che s'obbligasse alla consegna di Arnaldo da Brescia, che i nobili della Campagna romana avevano tolto alle genti del papa e tenevano in un loro castello onorandolo come profeta-
Federico, cui non sembrava vero di cattivarsi la benevolenza del pontefice con sì poca spesa, mandò ad arrestare da un forte nerbo di soldati il conte che ospitava Arnaldo, ne lo rilasciò fino che non venne, con un sotterfugio, consegnato Arnaldo al prefetto. Il popolo, atterrito da 1111 lato dai fulmini pontifici e dall'altro dalle minaccio di Federico e del suo formidabile esercito accampante alle porte, non si mosse a favore del già tanto acclamato apostolo della libertà, che fu dichiarato eretico, diffamato e condannato da un Concilio di prelati sollecitamente convocato. Il prefetto teneva il prigioniero in Castel Sant'Angelo: di là, sul far del giorno, il filosofo fu tratto per esser condotto alla piazza del Popolo destinata al supplizio dei delinquenti. Dal rogo, eretto di fronte al Corso per abbruciarlo, Arnaldo potè gittare lo sguardo sulle tre lunghissime vie che facevano capo innanzi al patibolo, formanti quasi la metà di Roma. Colà, ignorando l'estremo pericolo del loro legislatore, giacevano ancora immersi nel sonno quei cittadini che tante volte egli aveva scaldati colia sacra parola di libertà. Il trambusto, le grida degli accorsi, il crepitìo delle fiamme, la notizia rapidamente corsa, richiamarono sul luogo grandi masse di popolo armato accorrente alla difesa del suo apostolo. Ma troppo tardi per salvarlo. Le truppe papali ed imperiali colle lancio respinsero l'assalto ed impedirono anche di raccogliere, come reliquia sacra, le ceneri del rogo d'Arnaldo, le quali sollecitamente furono portate sul ponte del Tevere ed ivi gettate nel fiume.
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Nel fortunoso periodo comunale Brescia non può sottrarsi alla dura legge delle guerre colle città vicine: guerre cagionate innanzi tutto dall'urto inevitabile delle reciproche espansioni. Così vediamo, dal 1109, Brescia in guerra ostinatamente ed in replicate volte con Cremona; guerre che si riprendono anche nei secoli successivi
209 — fLa Patria, voi. ti.