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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincie di Como e Sondrio
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1896, pagine 516

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   Parte Seconda — Alta Italia
   cambiamento di opinioni e di simpatia Varese accoglie Matteo Magno Visconti, cacciato da Milano con 500 cavalieri suoi partigiani; e quivi ha luogo l'abboccamento con Simone da Locarne, Giovanni di Luino e molti fuorusciti ghibellini comaschi, accordantisi per riprendere l'offensiva contro il Seprio, parteggiante per i Torriani, Questi venendo da Como ed unitisi a Guido da Castiglione minacciavano di distruggere addirittura Varese ; senonchè fu pronto l'aiuto dei Milanesi, nel frattempo voltatisi ancora alla parte dei Visconti. Coi Visconti fu ancora Varese nel 1303, accogliendo di nuovo Matteo con 400 cavalli, 4000 fanti, mentre bandito da Milano, tentava di rientrare e riprenderne il dominio. Antonio Fissiraga, podestà guelfo di Milano, minacciava di distruggere Varese, per punirla della sua fedeltà ai Ghibellini ed ai Visconti; ma Varese stornò il pericolo, pagando un riscatto di 16,000 lire.
   Però, i tempi precipitando a servitù e la supremazia dei Visconti affermandosi ogni giorno più non solo in Milano, ina in tutto il territorio, Varese seguì la fortuna di questa Casa, passando — dopo un breve tentativo d'indipendenza nel 1347 — successivamente in podestà di Lodrisio, di Luchino, di Giovanni Visconti, indi di Gian Galeazzo e di Facino Cane. Varese fu poi fedelissima al duca Filippo Maria, ultimo tristissimo rappresentante di questa famiglia, aiutandolo d'anni e di danaro nelle sue guerre con Venezia. Quando Francesco Sforza, soffocata la Repubblica ambrosiana, ebbe assunte le redini del ducato visconteo, Varese, a capo dei Comuni di tutta la vallata di Lugano, fece atto di sudditanza e fedeltà perpetua al nuovo signore e successori suoi; soccombendo con quest'atto quel resto di autonomia che, o poco o tanta, fin'allora Varese aveva serbato.
   Nei gravi rivolgimenti che segnarono la fine del secolo XV ed il principio del secolo XVI, Varese ebbe a subire danni grandissimi, per il continuo passaggio delle truppe belligeranti, per il continuo mutamento di signoria, per il succedersi continuo di sempre nuovi governatori, per lo più capi militari, che imponevano taglie e tributi alle popolazioni e facevano man bassa su quanto di meglio trovavano in luogo. Fra questi guai, maggiore di tutti fu 0 passaggio del famigerato Cardinale di Sion, coi suoi Svizzeri, che penetrato in Varese, nei primi di settembre 1510, vi commise tale saccheggio, tale rovina, tale scempio di ogni cosa, da averne lasciata viva lungamente la tradizione, come del passaggio d'un novello Attila, flagellimi Dei.
   Quasi non bastassero gli Svizzeri del Cardinale di Sion, nell'anno seguente Varese fu invasa e saccheggiata dagli Svizzeri fatti venire dallo Sforza ritentante la conquista del perduto dominio ; e fu un nuovo turbine colla coda di una carestia terribile — a causa di tutto il territorio devastato e dei raccolti distrutti e perduti — e di un po' di pestilenza e d'altre malattie infettive, che quelle orde di mestieranti della spada si lasciavano dietro.
   Stabilitasi la signoria spaglinola, di fronte alla minaccia di esser venduto come feudo a qualche signorotto dal re, abbisognevole di danaro, Varese ottenne nel 1538, mediante lo sborso di 6000 scudi, il privilegio di non essere mai infeudato ; privilegio rinnovato dai successori di Carlo V, mediante nuovi esborsi ogni qualvolta il bisogno di danaro in cui versava perennemente la corte di Madrid faceva apparire sull'orizzonte la minaccia di qualche infeudazione.
   Alla dominazione spagnuola subentrata l'austriaca, il governo di Maria Teresa promise di mantenere il privilegio da Varese, con tanti sacrifizi, acquistato. Ma, nel 1765, Maria Teresa, con diploma del 23 giugno, nominava signore di Varese Francesco III di Este, duca di Modena, amministratore del ducato di Milano, insieme alla sua consorte donna Teresa Simonetta dei Castelbarco.
   I Varesini non ebbero a lagnarsi della signoria di questo principe, che, amante delle lettere, delle arti, dell'industria si diede a tutt'uomo ad introdurre grandi miglioramenti nel nuovo suo principato ; fece costruire il palazzo di corte (ora Municipio) coi