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Parte Seconda — Alta Italia
Ma ciò elio in Givate attira l'attenzione dello studioso e dell'artista è la non lontana chiesa o badia di San Pietro coll'attiguo oratorio di San Benedetto, importante monumento dell'arte comacina, al nuovo suo sbocciare nel periodo longobardico. Vi si va per una amenissinia strada che. sale all'altura fra la valle di San Benedetto e la Val d'Oro. All'estremità della strada, una bella scalinata di ventisette gradini, in larghe pietre monolitiche, conduce alla fronte del tempio, il quale, malgrado le ingiurie dei secoli e degli uomini, conserva tutto il carattere augusto e severo di quella prima manifestazione dell'arte longobarda, messa maggiormente in rilievo dai recenti restauri compiutivi dalla Commissione archeologica provinciale di Conio, con molta opportunità e fedeltà all'antico stile. Nell'interno la chiesa ha, come tutte le antiche basiliche, un solo altare, di stile longobardo perfetto, semplicissimo, sul quale sorretto da quattro slanciate sottili colonnette di pietra ricoperte di stucco marmoreo ergesi un ombracolo sotto l'altare e la cripta. Le scolture sono rozze, ingenue, simboliche, come tutte quelle dei primi tempi cristiani. Attiguo alla chiesa di San Pietro trovasi un oratorio in forma ottagono, antichissimo: senza forse, anteriore alla chiesa stessa: pur questo monumento del primitivo modo di costrurre dei Maestri Coni acini.
Intorno a questi due vetusti edifizi si è sbizzarrita assai la fantasia popolare e degli scrittori, i quali affermano essere la chiesa di San Pietro stata eretta per voto fatto da Desiderio re dei Longobardi, in seguito all'aver suo figlio Adelchi miracolosamente riacquistata la vista, perduta improvvisamente mentre uccideva un cinghiale cacciando in quei paraggi, e di soverchio allontanatosi dai signori della corte che gli facevano scorta.
Ora sfrondando la leggenda da tutto ciò che può aver di miracoloso o soprannaturale, ed osservando che la chiesa di San Pietro ha tutti i caratteri delle costruzioni del secolo Vili, si può dedurre che effettivamente in quella regione, allora boscosa e naturalmente popolata di selvaggina d'ogni natura, sia occorso al giovinetto Adelchi un qualche accidente di caccia, che i cenobiti di San Benedetto esistenti in luogo (come potrebbe provarlo il più antico oratorio ottagono attiguo) abbiano prestate al principe longobardo le prime assistenze confacenti al suo caso, e che in line re Desiderio, il quale, oltre di essere piissimo, era anche — siccome attestano Varnefrido e Paolo Diacono — singolarmente affezionato al proprio tìglio, in ringraziamento del pericolo da cui questi era scampato ed in compenso a quei buoni cenobiti, abbia fatto erigere la chiesa da lui intitolata a San Pietro, chiamandovi poi maggior numero di monaci benedettini ad officiarla. Son fatti questi che in quei tempi avvenivano ogni giorno: quindi nulla di improbabile che la leggenda ancor sussistente nella regione intorno alle origini della chiesa di San Pietro abbia serio fondamento nel vero.
Dalla chiesa (li San Pietro sopra Givate, oltre che sul magnifico contorno dei monti circostanti, si ha una bella vista sulla piccola ed aspra Val d'Oro, ove la montagna, restringendosi fortemente, dà luogo fra dirupi scoscesi e franosi ad una pittoresca e spumeggiante cascata d'acqua.
II territorio di Civate è assai fertile. Vi si coltivano in gran copia cereali, viti, gelsi. La produzione dei bozzoli e la trattura della seta sono le maggiori industrie locali
Cenno storico. — Anticamente Civate era detto Olivate: ed il nome corrisponde appieno alla posizione di questo paese sull'estremo pendìo superiore dell'erta montagna. Che fosse luogo conosciuto nel medioevo, lo provano i due monumenti anzi descritti e le leggende passate fra i secoli che a questi si collegano. È naturale che Civate fosse alla dipendenza della vicina abbazia, i cui monaci in tempo più recente scesero al paese creandovi un nuovo convento colla chiesa di San Calocero. Gli abati di Civate avevano anche il titolo di commendatori, erano ricchi e potenti e della loro autorità hanno parlato molti scrittori di cose lombarde, quali Tristano Calco, ii Fiamma, Bernardino Corio e più recentemente l'abate Giacinto Longoni. Avendo al tempo della Lega parteggiato per Federico Barbarossa contro Milano, gli abati di Civate ebbero dal fulvo