21)0 l'arte Seconda — Alta Italia
di foglia. La festa terminava con merende e banchetti all'aria aperta, halli e luminarie — e l'usanza, sebbene affievolita dagli anni, non è peraneo perduta ai nostri giorni.
Fuori di porta Magenta e fuori di porta Sempione non cambiano gli elementi storici e di paesaggio: ad esempio, fuori di porta Magenta, a tre miglia dalla città, nel territorio di Quarto Cagnino (Tramo ed Uniti) si vedono alla cascina Inverna od Inforna, come la chiamano quei contadini, gli avanzi di quella villetta che il Petrarca s'era fatta nei dintorni di Milano e che in omaggio a Scipione Africano del quale stava scrivendo le laudi nel suo poema latino Africa, chiamò Linterno; e fuori di porta Sempione sono gli avanzi dell'antico convento di Sant'Ambrogio ad nemus, sorto, è tradizione, sul luogo ove aveva, circondata dai boschi una villa Leonzio, amico del gran vescovo, nella quale egli si nascose quando i suffragi del popolo lo chiamarono a reggere la chiesa milanese. D'onde l'appellativo di Sant'Ambrogio ad nemus (al bosco) rimasto alla località, alla chiesa ed al chiostro sortovi di poi. Quivi, stende-vasi un tempo un gran parco dei Visconti, del quale rimasero fino ai giorni nostri avanzi del muro di cinta. E più oltre, fra alte file di pioppi, ed in mezzo a verdi prati, sorge la Certosa di Garignano (vedi Comune di Musocco), celebre per antichi e recenti fasti e per gli affreschi di Daniele Crespi, che ne ornano la chiesa. Fra porta Magenta e porta Sempione si va al bellissimo e moderno Ippodromo della Società Lombarda delle corse dette di San Siro, dal nome antico della località nella quale risiede. Altre campagne pianeggianti si stendono fuori di porta Tenaglia al di là dell'antico borgo degli Ortolani — diventato una vera città industriale ed operosa di densissima popolazione — nelle quali erano un tempo ville graziose di nobili milanesi. Fra queste rimane ancora celebre per la sua eco meravigliosa e per le leggende che il popolino ed i romanzieri vi addensarono intorno, il palazzo della Simonetta. E un edifizio della fine del secolo XV rimaneggiato, certamente, nella metà del secolo susseguente quando passò in proprietà di I). Ferrante Gonzaga, donatogli, dice una cronaca maligna, dagli appaltatori che costruissero la nuova cinta di mura, onde egli tenesse gli occhi chiusi sul come quei lavori erano condotti. In origine questo palazzo fu di un tal Gualtiero da P>escapè, onde lo si disse anche la Gitaltera: più tardi, per esser diventato proprietà di D. Ferrante Gonzaga — e non appositamente per lui costrutta, come da molti si crede ancora — fu detta la Gonzaga. Passò quindi in proprietà dei conti Simonetta; ed anche per questo la leggenda si è sbizzarrita a favoleggiare di una contessa che attirava nel lontano palazzo (allora lontano poteva sembrare dalla città, ristretta alla cerchia dei Navigli) uomini e donne scostumate per trescare in orgie misteriose; aggiungendosi poi, che la bella contessa Simonetta facesse sparire i drudi dei quali era sazia, nei trabocchetti del suo palazzo. Più tardi, il palazzo della Simonetta, che non ebbe mai buona fama, passò ai Clerici, indi ai Castelbarco; fu fatto servire anche come ospedale pei contagiosi. Ito vani nei suoi Cento anni, che sono una sintesi di storia e d'ambiente milanese dal 1750 al 1850, narra che intorno al 1820, la Compagnia della Teppa, rapì e tenne rinchiuse per qualche giorno alla Simonetta alcune scostumate dame milanesi, che ostentavano amorazzi con ufficiali austriaci, obbligandole ad una cena infernale coi nani più luridi e ributtanti della città — questi pure requisiti — per l'occasione camuffati grottescamente da re ed imperatori carnovaleschi. Dopo quel fatto la Simonetta diventò fabbrica di candele steariche: ora è in gran parte adibita ad uso di osteria, assai frequentata nella state dalle famiglie popolane, che insieme ad un pranzetto all'aria aperta vogliono gustare le meraviglie della famosa eco. Il qual fenomeno è davvero notevole fra quanti si conoscono. La ripercussione del suono fra le due ali posteriori del palazzo si calcola in inedia da trenta a trentasei volte: un colpo di fucile, di pistola, prima che certi lavori fossero fatti nell'edifizio, modificandone le condizioni acustiche, era ripetuto, dicesi, più di cinquanta volte. Nell
e vaste sale del palazzo e nelle loggie si trovano