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Il Vagabondo delle Stelle

Jack London
Bietti Milano, 1946, pagine 311

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   JACK LONOOtì
   egli si limita a rispondere sì o no alle mie domande. Non già ch'egli sia tanto arcigno o malinconico, ma non ha idee da esprimere.
   Mi chiedo se non dovessi augurarmi, per la mia prossima reincarnazione, un'esistenza come la sua, puramente vegetativa, e che mi riposerebbe grandemente dei divini slanci della mia intelligenza.
   Dopo essere stato sballottato, scosso, tempestato di pugni e di calci, da l'hurston e dagli altri cani, risalendo quella terribile scala, provai un'immensa, un'infinita soddisfazione, quando mi ritrovai nella mia stretta cella.
   Là, tutto mi sembrava così sicuro, così stabile. Ero come un fanciullo smarrito che, dopo una scappata, torna alla casa paterna. Sentivo dell'affetto verso quei muri che, per tanti anni, avevo tanto odiato.
   Quei buoni muri, larghi e solidi, che avevo, a destra ed a sinistra, a portata di mano, impedivano allo spazio di precipitarsi sopra di me, come una bestia feroce. L'agorafobia è una malattia terribile. Compiango sinceramente quelli che ne soffrono. Da quel poco che ne ho provato, non temo d'affermare che è più difficile affrontare essa che la forca.
   Mi sono fatto un po' di buon sangue... Il medico delle carceri, immaginatevi (del resto, una persona molto simpatica), è entrato nella mia cella della Morte, per far due chiacchiere con me, ed offrirmi eventualmente i suoi buoni uffici... Cioè una dose sulficente di morfina, che mi fornirebbe, e che io assorbirei durante la notte. Domattina, — egli assicura, — non mi renderei nemmen conto che cammino verso la forca.
   Ho declinato la sua offerta; e ne ho riso a crepapelle.
   Mi ricordo del caso di Oppenheimer, che m'è