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JACK LONDON
dovetti cercare una protezione nell'ombra proiettata da un muro.
Rimessomi un poco, riafferrai il mio coraggio e rinnovai il mio tentativo. I miei poveri occhi cisposi, abbacinati come quelli d'un pipistrello, mi fecero trasalire di spavento, alla vista della mia ombra che si stende , davanti a me, sul pavimento. Mi sforzai d'evitarla, traballai, poi caddi sopra di essa. Allora, come un uomo che sta per annegare, che fa ogni sforzo per raggiungere la riva, strisciai, sulle ginocchia e sulle mani, verso il ricovero del muro salvatore.
Mi accostai, e mi misi a piangere. Erano tanti anni che non avevo versato delle lagrime! Mi ricordo ancora di aver sentito, in quell'estrema angoscia, il tepore del mio pianto, che mi rigava le gote, ed il sapore salato quando raggiunsero le mie labbra.
Fui colto da un fremito, come un accesso di febbre; e, malgrado il calore torrido del sole, in quello stretto cortile, mi misi a tremar tutto. Riconobbi che attraversare il cortile era un'impresa di cui mi sentivo incapace; e, sempre vacillando, mi misi a contornarlo, appoggiandomi colle mani al muro.
Ero in questa posizione, quando il guardiano Thurston, che da qualche tempo mi spiava, venne ad impadronirsi di me. Lo vidi, deformato dai miei occhi malati, una specie di mostro enorme e ben pasciuto, smisuratamente ingrandito, che si precipitava contro di me con una velocità vertiginosa. Non era, in realtà, che ad una ventina di passi da me, e mi parve che sorgesse dall'Infinito.
Pesava circa centosettanta libbre, ed è facile comprendere, nelle condizioni in cui eravamo, che cosa potesse essere una lotta fra noi. Fu durante questa breve lotta, che egli pretese di aver ricevuto da me un pugno sul naso, un pugne così terribile chè il sangue si mise a colare.