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JACK LONDON
heimer, che marciva da tanti anni nel suo antro, coll'andar del tempo aveva acquistato un carattere aspro e intrattabile. L'aveva contro tutto e contro tutti. Per otto mesi, si rifiutò di parlare con chicchessia, anche con me.
È una cosa incredibile la rapidità colla quale le notizie si diffondono in una prigione. Un po' più lente, ma infallibilmente, esse arrivano anche nelle celle di segregazione. Così, un bel giorno, venni a sapere che Cecil Winwood, il falsario- poeta, il traditore e spione, era tornato a San Quintino, per scontarvi una nuova condanna, per un altro falso che aveva commesso.
Si ricorderà bene chi era questo iCecil Winwood, che aveva inventato di sana pianta la storia della dinamite, dicendo che io l'avevo nascosta. Fu lui il responsabile di tutte le mie sventure.
Decisi di uccidere Cecil Winwood.
Voi comprendete bene la situazione. Morrell era partito; 'Oppenheimer,, come ho detto, s'era immerso nel mutismo. Continuò così fino al giorno in cui, avendo gravemente malmenato un guardiano, che colpì col coltello per il pane, se ne andò anch'egli, ma per essere impiccato, come sarà di me. Da un anno ero ormai solo. Bisognava bene che mi occupassi a qualche cosa.
Ripensai dunque all'epoca lontana in cui ero Adamo Strang ed in cui, pazientemente, covai, per quarant'anni, la speranza della mia vendetta. Quel che Adamo Strang aveva fatto, potevo rifarlo, stringendo nuovamente le mie mani alla gola di Cecil Winwood.
Mi procurai quattro aghi. Non è il caso che mi domandiate in che modo. Erano degli aghi piccoli, da ricamo. Ero talmente magro che mi bastava segare le quattro sbarre del mio finestrino, perchè il mio corpo potesse passarvi attraverso.