288 JACK I.ONDON.
— Tu indovini ed immagini, al tempo stesso. Da quando sei in cella, come noi, hai potuto facilmente renderti conto, col pensiero, di quel che Morrei ed io possiamo fare, per ammazzare il tempo : restar distesi nudi, quando fa caldo; osservare le mosche; curare le nostre ferite; picchiettare dall'uno all'altro una conversazione. Sono degli atti di cui abbiamo spesso discorso.
Morrei intervenne inutilmente.
— Non t'arrabbiare, professore, di quel che ti dico! — riprese Oppenhèimer. — Non lo dico per offenderti. Non dico che tu abbia mentito; dico soltanto che hai delle visioni, come un alcoolizzato. E tu prendi poi come oro di zecca le visioni che t'attraversano il cervello.
— Scusa! — ribattei. — Tu sai benissimo, come me, che non ci siamo mai visti. E vero?
— Non ne so niente e ti credo sulla parola; benché tu possa un tempo avermi visto, da qualche parte, senza sapere chi fossi.
— Un momento! Non divaghiamo. Ad ogni modo, non t'ho mai visto spogliato. Come potrei allora sapere e dirti che hai due cicatrici, una al gomito destro, e l'altra alla caviglia destra?
— Bagatelle! I miei segni particolari, sono conosciuti da tutti i poliziotti degli Stati Uniti. Non si tratta d'una rarità!
— T'assicuro, che io non l'ho mai saputo.
— Lo credi. Ma ti sei dimenticato che, nella vita, ci sono tante cose che non si ricordano, e che poi tornano improvvisamente alla memoria. Ascoltami. Fra i giurati che mi condannarono, a Oakland, a cinquant'anni di galera, ce n'era uno del quale, un bel giorno, dimenticai completamente il nome. Ebbene! restai, per delle settimane, sdraiato sulla schiena, nella mia cella, a cercarlo, senza potermene ricordare. Impossibile estrarre quel nome