Il VAGABONDO DELLE STiSLLE
§287
sporre un prigioniero. Riconobbi facilmente che questa ferita era di quelle che sono prodotte dalla camicia di forza.
Dopo di che, Oppenheimer si voltò sulla schiena. Prese delicatamente, fra il pollice e l'indice, uno dei denti incisivi superiori e lo mosse con cura avanti e indietro. Sbadigliò di nuovo, si stirò le braccia, si voltò ancora, e battè il suo richiamo a destinazione di Morrell.
Ascoltai quello che 'gli diceva.
— Come stai? — chiedeva. — Dormi, o sei sveglio? Come va il professore?
Confusi e lontani, udii i colpi battuti in risposta da Morrell.
— E un tipo originale! — riprese Oppenheimer. — Ho sempre diffidalo della gente istruita. Ma, lui, non è stato corrotto dall'educazione. E un uomo franco e coraggioso. Per nulla al mondo, gli faranno dire quello che non vuol dire. I.a dinamite, non l'avranno mai.
Morrei approvò, anzi aggiunse da parte sua degli elogi.
Ho avuto, tanto in questa esistenza, quanto nelle esistenze anteriori, molti impulsi d'orgoglio. Ebbene! devo dire che non mi sono mai sentito tanto lusingato, quanto nell'udire i miei due compagni, quei nobili spiriti, esprimersi così sul mio conto, e valutarmi loro pari. Precisamente. In nessun tempo, nulla mi fu mai altrettanto prezioso che l'abbraccio morale, per così dire di quei due condannati a vita, che il mondo considera come dei rifiuti umani.
Quando fui tornato nel mio corpo, nella mia cella, riferii ad Oppenheimer la visita che gli avevo fatto. Ma egli rimase incrollabile nella sua incredulità.
Quando gli ebbi descritto minutamente com'egli m'era apparso e gli atti che compieva, mi rispose: