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JACK LONDON
Eravamo in estate. Egli giaceva, svestito, completamente nudo, sulla sua coperta. Fui penosamente impressionato dall'aspetto cadaverico del suo viso, e da quello del suo corpo scheletrito. Era appena una carcassa umana. Le sue ossa, spoglie di ogni specie di carne, non erano più avvolte che da una pelle tesa e rugosa., che sembrava una cartapecora.
In seguito, quando fui di ritorno nella mia cella e quando mi ricordai, mi resi conto che lo stato fisico di Oppenheimer doveva essere identico, in tutti i punti, al mio, ed a quello di Edoardo Mor-rell. E mi meravigliavo che le nostre belle intell.-genze potessero ancora esistere in così tristi carcasse. V'è della gente che ammira e adora la carne, questa carne nata dal fango, e che nel fango ritorna. Se conoscessero le celle della prigione di San Quintino, comprenderebbero la superiorità dello spirito sulla materia.
Ma torniamo da Oppenheimer. Il suo corpo era simile a quello di un uomo che fosse morto da molto tempo, e che fosse stato abbrustolito dal sole ardente del deserto. La pelle che lo ricopriva aveva il colore del fango seccato. Gli occhi, spalancati, sembravano essere tutto quello che ancora vivesse in lui. Erano d'un grigio giallastro, e il loro sguardo ardente non restava mai in riposo. Mentre Oppenheimer restava disteso sulla schiena, immobile, i suoi occhi dardeggiavano colle loro pupille un gruppo di mosche che volavano sopra di lui, folleggiando nella penombra della cella. Notai pure una cicatrice che egli aveva al gomito destro, ed un'altra alla sua caviglia destra.
Dopo un minuto, si mise a sbadigliare ed esaminò una piaga, al di sopra dell'anca, e che sem--brava lo facesse soffrire. Egli cominciò a pulirla ed a curarla, coi mezzi rudimentali di cui può di-