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XXV.
LA MIA VISITA AD OPPENHEIMER.
Da allora in poi, mi lasciarono dunque tranquillo nella mia cella. Privo così delle mie sedute in camicia di forza, mi sentii fortemente disorientato. Dapprima, non sapevo più come produrre in me la morte provvisoria e volare in sogno attraverso le stelle. Poi scoprii che potevo, colla mia sola forza di volontà e premendo fortemente la coperta sul mio petto, ridurmi da me stesso in « trance » catalettica. I risultati fisiologici e psicologici erano gli stessi, e ne fui molto soddisfatto.
Così potei, un giorno, andare a far visita ad Oppenheimer, nella sua cella.
Come ho detto, Morrell prestava interamente fede a tutte le mie avventure dell'Al-di-là, che gli raccontavo; ma Oppenheimer persisteva sempre nel suo scetticismo.
Un giorno, dunque, mentre io ero in calatessi, mi trovai, senza averne avuto l'intenzione, trasportato vicino a lui. Il mio corpo, — me ne rendevo conto, — era sdraiato a terra, nella mia cella. Ma, in ispirito, ero presente vicino ad Oppenheimer. Quantunque non avessi mai visto quell'uomo, lo riconobbi facilmente, e seppi ch'era lui.