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Il Vagabondo delle Stelle

Jack London
Bietti Milano, 1946, pagine 311

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   282-4
   JACK LONDON
   sprezzo; poi non tardai a rifugiarmi nella morte provvisoria, vagabondando verso altre vite ed altre età, cavaliere del tempo, solidamente corazzato in un'armatura insensibile.
   Sì, cari fratelli del mondo esterno, mentre noi eravamo là ed i giornali cominciavano a pubblicare i risultati dell'inchiesta, i venerandi senatori, per chiudere i loro lavori, partecipavano ad una festa in onore di Atherton, nel suo appartamento privato.
   Terminato il banchetto, Atherton, un po' brillo per troppo vino bevuto, se ne tornò verso i tre morti viventi, io ed i miei due compagni, — per constatare coi suoi occhi la nostra tortura nella camicia di forza.
   Mi trovò in stato comatoso, e si allarmò. Fu mandato subito a chiamare il dottore Jackson, il quale mi fece tornare in me, ponendomi dell'ammoniaca sotto il naso.
   Ripresi i sensi, e Atherton, che aveva il viso congestionato e la lingua grossa, per aver troppo trincato, gridò:
   — Trucco! Sempre trucco!
   Mi passai la lingua sulle labbra, per far comprendere che desideravo un po' d'acqua, per poter parlare.
   Riuscii, non senza fatica, ad esprimermi alla meglio. e dissi :
   — Voi siete un asino, direttore! Un asino, un porco, un cane, un essere così vile che non voglio nemmeno sporcare la mia saliva sputandovi sulla faccia! Oppenheimer è stato troppo mite, verso di voi, e me ne rincresce.
   Egli mugolò:
   — La mia pazienza non ne può più, non ne può più! Ma riuscirò a farti morire, Standing.
   Replicai ;