IL vagabondo delle stelle
accenderlo, facendo sprizzare una favilla di fuoco dall'urto d'una selce contro l'arpione. Ma pensai che questa, lampada avrebbe costituite per me un lusso superfluo, e abbandonai ben presto questa idea. Non avevo alcun bisogno di luce, quando le tenebre del cielo scendevano sopra di me, e m'ero abituato a dormire, inverno ed estate, dai tramonto del sole al suo sorgere.
Io, Darrell Standing, che scrivo queste pagine nella prigione di Folsom, mi permetto di far qui una riflessione personale. Dopo aver vissuto, in una esistenza anteriore, la rude vita che ho raccontato, e tutta quella tortura del mio corpo, tutte quelle privazioni del mio stomaco, come avrei potuto impressionarmi dei tormenti che m'infliggeva Ather-ton? La mia vita attuale è costruita, attraverso i secoli, dalle mie vite passate. Che cosa potevano essere, per me, dieci giorni e dieci notti di camicia di forza? Per me che, quand'ero Daniele Foss, avevo pazientemente sofferto, per otto lunghi anni, sopra un isolotto roccioso, sperduto nell'oceano!
L'ottavo anno era terminato. Eravamo di settembre, ed io avevo concepito l'audace progetto di alzare la mia piramide fino a sessanta piedi al disopra del suolo. Ma un mattino, svegliandomi, scorsi una nave, a, vele spiegate, che sembrava ispezionare la riva, ed era quasi a portata di voce.
Per essere visto, m'arrampicai sulla mia piramide ed agitai per l'aria il mio remo e la sua ori-fiamma. Poi corsi sulla costa rocciosa, gridando e ballando; insomma, adoperando tutti i mezzi, per provare ai nuovi venuti che ero in vita. Fui scorto, e distinsi il capitano ed il suo secondo che, dal ponte, mi osservavano coi loro canocchiali.
In risposta ai miei segnali, diedero ordine ai loro uomini, che erano una dozzina, di manovrare verso ìa punta ovest dell'isola, sulla quale mi diressi in