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Il Vagabondo delle Stelle

Jack London
Bietti Milano, 1946, pagine 311

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   JACK LONDON
   mia sicurezza I flutti scatenati coprirono interamente l'isola e, se non mi fossi arrampicato sulla vetta della mia piramide, senza dubbio sarei annegato. Essa sola mi salvò. La mia capanna fu interamente sommersa e tutta la mia provvista di carne di foca fu distrutta.
   Ma, ancora una volta, la mia buona stella non mi abbandonò. Il mare, ritirandosi, aveva seminato la superficie dell'isola d'una gran quantità di pesci, che somigliavano a delle triglie. Ne raccolsi più di milleduecento, che mi affrettai a sventrare, a salare ed a mettere a seccare al sole, come si fa col merluzzo. Questo felice cambiamento nel mio cibo, venne proprio a punto per risvegliarmi l'appetito. Ma mi resi colpevole di ghiottoneria, e mangiai tanto che, la notte seguente, fui quasi per morire.
   All'inizio del mio settimo anno di soggiorno nell'isola, e precisamente nel mese di marzo, si scatenò una seconda tempesta, non meno formidabile. Quando fu calmata, scoprii, stavolta, il cadavere fresco d'una gigantesca balena, sulle rocce dove le onde l'avevano gettata. Comprenderete la mia gioia quando vi dirò che trovai, profondamente incastrato nelle viscere del mostro, xin grosso arpione, munito d'una corda della lunghezza di parecchie braccia. Il mio coraggio e la mia speranza in un migliore avvenire, furono nuovamente riconfortati. Ma, alla vista del cibo squisito che m'offriva quella balena, ricaddi nel peccato della gola, e mi rimpinzai talmente, che fui di nuovo per morire.
   La carne del grosso cetaceo mi forni dei viveri per un anno, e si alternò, nei miei pasti, con quella dei pesci e delle foche. Dal suo grasso, estrassi un olio squisito e profumato, in cui inzuppavo, mangiandole, le mie fette di carne ed i pesci. Avrei anche potuto fabbricarmi un lucignolo, collo straccio Che mi serviva di camicia, e temprandolo nell'olio,