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JACK LONDON
Ma reprimevo rapidamente questi cattivi pensieri e non tardavo a tornar padrone di me. Con umile cuore, offrivo a Dio tutte le sofferenze della mia carne, tutti 1 miei desiderii inappagati.
Nel corso del terzo anno, iniziai la costruzione di una torre; o, se meglio vi pare, d'una piramide a quattro facce. Fu un rude lavoro, ammucchiare, da me solo, tutti quei blocchi, senza l'aiuto di nessuna corda o puleggia, di nessuna armatura. La forma inclinata del mio edifizio mi permise di superare questa difficoltà. Raggiunsi quaranta piedi d'altezza, e, se si considera che l'isola, nel suo punto culminante, contava lo stesso livello sul mare, si vedrà come io ne avessi, in questo modo, raddoppiato l'altezza.
Quand'ebbi raggiunto questo meraviglioso risultato, provai uno scrupolo, lo confesso. Il buon cristiano che era in me, si domandò, con inquietudine, se, modificando cosi la struttura apparente di quell'isolotto sul quale Dio m'aveva raccolto, non avessi offeso il -Signore. Egli aveva creato questa terra tutta piana, sull'oceano. E adesso essa si slanciava verso il cielo e le nuvole. Meditai a lungo questo problema inquietante, e finii per convincermi che, avendo faticato colle mie mani, io non avevo fatto, invece, che perfezionare, colla sua approvazione, l'opera dell'Onnipotente.
Il sesto anno, soprelevai la mia piramide. Dopo otto mesi di lavoro, essa raggiungeva cinquanta piedi d'altezza sopra l'isola. Evidentemente, non era ancora la Torre di Babele... Ma rispondeva ai due scopi che m'ero proposto. In primo luogo, fornirmi un posto d'osservazione, che mi permettesse di scrutare bene in lontananza l'oceano, per scoprirvi qualche nave che passasse al largo. Poi, aumentare, per questa stessa nave, la possibilità di notare la mia isola, che forse sarebbe stata scorta dallo sguardo errante di qualche marinaio.