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Il Vagabondo delle Stelle

Jack London
Bietti Milano, 1946, pagine 311

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   270 JACK LONDON
   specie di vaso, il cui lavoro mi occupò cinque settimane. Poi ne feci altri, più grandi e più piccoli.
   Dopo quattro anni, ormai rassegnato a passare su quell'isola tutto il resto della mia vita, riuscii a fabbricare il mio capolavoro: una giara stretta e lunga, capace di contenere molti litri d'acqua. Mi costò otto mesi di lavoro e di pazienza. Ma, quando ebbi felicemente terminato questo superbo recipiente, veramente elegante, provai un sentimento d'orgoglio, che m'affrettai a frenare, sembrandomi colpevole.
   Così cercavo di passare la mia solitudine nel modo migliore possibile. Per proteggere la capanna contro i forti venti, costrussi intorno ad essa un muro di pietra che tratteneva magnificamente la violenza del vento e dell'acqua; ed io rimanevo ealmo nella mia capanna, sopra la quale passava la tempesta.
   Le foche, un bel giorno, erano riapparse. Veni vano sempre dalla stessa parte dell'isola, ma adesso erano diffidenti. Costruii altri due muri, che inquadravano il passo delle rocce da cui giungevano a terra. In questo modo, tagliai loro facilmente la ritirata e le uccisi, senza che potessero fuggire a destra od a sinistra. Così avevo sempre in riserva, davanti a me, per sei mesi di viveri secchi e salati.
   Benché privo del piacere di qualsiasi compagnia d'una creatura umana, e persino di quella d'un cane o d'un gatto, accettai il mio destino con maggior rassegnazione di quanto non facciano migliaia d'uomini. Prima di tutto, la mia coscienza era tranquilla, ciò che è già molto. E spesso pensavo a quanti criminali, trascinanti- in una cella il peso di un'infamia, il cui rimorso, senza dubbio, li bruciava come un ferro ardente, erano mille volte più infelici di me.
   Non dubitavo, del resto, che la Provvidenza, che