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JACK LONDON
e ad uccidere, in preda ad una vera demenza. Questo accanimento nella strage non aveva nessuna ragione. Mi stancai in questo massacro per due ore, finché potei. Le foche mi lasciavano fare, come ine--betite. Poi, improvvisamente, come ad un segnale dato, tutte le superstiti si precipitarono nell'acqua, per scomparirvi in un batter d'occhio.
Le foche che avevo ucciso erano più di duecento. Quando mi fui un po' rimesso, rimasi scandalizzato e sgomento per la follìa del massacro a cui m'ero abbandonato. Avevo scioccamente sperperato quel che Dio m'aveva offerto. E, per utilizzare almeno il frutto delle mie fatiche, mi misi al lavoro senza tardare. Scuoiai le foche; poi, col mio coltello, tagliai la loro carne in grossi pezzi, che misi ad asciugare al sole, fortunatamente ricomparso. Scoprii pure, nelle spaccature delle rocce, dei piccoli depositi- di sale, formati dal mare. Raccolsi questo sale e ne cosparsi la carne, per conservarla.
Questo lavoro richiese quattro giorni interi; e, quand'ebbi terminato, fui soddisfatto dell'opera mia. Non un briciolo di nutrimento sarebbe andato perduto. Inoltre, questo lavoro mi fece molto bene, perchè ricondusse nel mio corpo una sana circolazione ed io ebbi il piacere di poter ben presto, senza inconvenienti, mangiare a volontà. Mai, durante gli otto anni che passai su quell'isolotto, il tempo fu così sereno e soleggiato come dopo quel massacro, per far seccare la mia provvista di carne. E non mancai di vedere in questo un'altra prova dalla Provvidenza.
Parecchi anni dovevano passare, infatti, prima che questi animali, impauriti, tornassero a visitare la mia isola. Ma io mi guardai bene dal dormire sopra, gli allori. Mi costruì una capanna di pietre e, vicino ad essa, un magazzino per depositarvi la mia carne salata. Ricopersi la capanna colla rnag-