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Il Vagabondo delle Stelle

Jack London
Bietti Milano, 1946, pagine 311

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   Il VAGABONDO DELLE STiSLLE §267
   costa, e che si trovava lą da parecchi giorni, mi sentii felice. Nessun mercante che torna nel porto, dopo un prospero viaggio, carico di preziose derrate, colla cassaforte piena di danari, si ritenne mai, ne sono certo, altrettanto ricco come io mi giudicai allora. Mi gettai in ginocchio, per ringraziare nuovamente Dio che, — sempre pił n'ero persuaso, — aveva deciso, fin dalla prima ora, ch'io non dovessi morire.
   Raccolsi delle alghe marine, che feci asciugare al sole; e che, distese la sera sulla roccia, mi servirono da materasso, con gran sollievo del mio povero corpo indolenzito. Per la prima volta dopo molte settimane, i miei vestiti non erano pił bagnati. Cosģ m'addormentai d'un sonno profondo; frutto, ad un tempo, della mia stanchezza e della salute che ritornava.
   Quando, dopo quella buona notte, mi risvegliai ero un altro uomo. Il sole s'era di nuovo nascosto, ma io non me ne preoccupai. La costa rocciosa era piena di foche, che vi s'indugiavano oziosamente. Mi fregai gli occhi, per assicurarmi che non avevo le traveggole. Erano lą a migliaia, ed altre, non meno numerose, folleggiavano in mare. Dalle loro gole uscivano dei suoni rauchi, il cui insieme formava un rumore che stordiva. Il mio primo pensiero fu che c'era lą tanta carne sufficente per gli equipaggi d'una dozzina di navi.
   Afferrai tosto il mio remo, che era la sola arma che possedevo, e m'avanzai, con prudenza, verso quell'immenso deposito. Ma compresi subito che tutti quegli esseri marini ignoravano l'esistenza dell'uomo. Non manifestavano nessun timore vedendomi avvicinare, e perciņ potei con grande facilitą assestar loro sulla testa dei ripetuti colpi di remo.
   Ne uccisi una, due, cinque, e continuai a colpire