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JACK LONDON
Al mattino, vedendo .il luogo sinistro in cui ero capitato, provai un nuovo sgomento. Nessuna pianta, non un filo d'erba spuntava su quel suolo desolato, su quella escrescenza rocciosa dell'oceano. Sopra un quarto di miglio di larghezza e mezzo miglio di lunghezza, non c'erano che delle rocce.
Ero sfinito, e non scorgevo niente che potesse sostentarmi. Morivo di sete, e non c'era un goccio di acqua dolce. Invano tentai di bere in qualche cavità rocciosa che incontravo. Le ondate della tempesta avevan reso salata l'acqua piovana che vi s'era potuta raccogliere, ed io non feci che attizzare la mia sete. Per tutta la giornata, mi trascinai sulle mani e sulle ginocchia insanguinate, alla vana ricerca d'un po' d'acqua potabile. Quanto alla scialuppa, non rimaneva più che l'unico remo al quale m'ero aggrappato e che era venuto a terra con me.
Il secondo giorno, le mie condizioni peggiorarono. Io, che non avevo mangiato da tanto tempo, cominciai a gonfiare enormemente. Le mie gambe, le mie braccia, tutto il mio corpo gonfiò. Malgrado tutte le mie sofferenze, continuai a lottare, deciso a compiere fino all'ultimo la volontà di Dio, che mi comandava di vivere. Vuotai accuratamente, colle mie mani, tutta l'acqua salata che contenevano i buchi delle rocce, nella speranza che le prossime piogge li riempirebbero d'acqua dolce.
Durante la notte, fui infatti svegliato da uno scroscio di pioggia. Strisciai da un buco all'altro, bevendo la pioggia, o leccandola sulle rocce. Quest'acqua era ancora salmastra, ma tollerabile. Essa mi salvò. Mi riaddormentai, e quando, al mattino, mi risvegliai, un sudore abbondante mi bagnava, ed io ero liberato dal delirio.
Questa profusione d'acqua salmastra mi fece molto piacere. Quando scopersi il cadavere d'una foca, che le ondate avevano, come me, lanciato sulla