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Il Vagabondo delle Stelle

Jack London
Bietti Milano, 1946, pagine 311

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   XXIII.
   ALLA MANIERA DI ROBINSON.
   Dopo Oppenheimer e Morrell, che marcivano con me da anni in queste tenebre, io ero considerato come il più pericoloso prigioniero di San Quintino. E, più ancora di loro, ero giudicato refrattario ai peggiori castighi, reputato tenace e testardo.
   Più terribili erano le torture impiegate dai miei carnefici per spezzarmi, e più resistevo. « La dinamite, o la morte! », tale era stato l'ultimatum di Atherton. Io non potevo creare la dinamite, e il direttore era incapace d'uccidermi. Le mie esistenze anteriori m'avevano reso più duro dell'acciaio.
   Permettetemi di parlarvi ancora brevemente di una di queste, per la prova innegabile che essa offre. E sarà tutto, prima che mi si impicchi.
   Me ne ricordo come d'un interminabile incubo. Mi trovavo sopra una piccola isola rocciosa, battuta dalle onde, e così bassa sul mare, che, durante le grandi tempeste, le onde la coprivano coi loro spruzzi umidi e salati. Vivevo in mezzo a mille sofferenze, privo di fuoco e nutrendomi soltanto rfi carne cruda. Non avevo un po' di gioia che quando il sole brillava. Allora scaldavo ai suoi raggi le mie membra gelate.