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Enciclopedia Dantesca
Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri - Volume I - A-L
Giovanni Andrea Scartazzini
Ulrico Hoepli Editore Milano, 1896, pagine 1169
Leso-Letargo
Magra. «E luogo antichissimo e fu posseduto dalla famiglia Ma-laspina, che lo concesse ai Genovesi nel 117-1, i quali no atterrarono la rocca. Venne poscia in potere dei Pisani, che lo cinsero di mura e di fortilizi!. Dopo la battaglia della Meloria, i Genovesi se ne impossessarono di nuovo, e ne mantennero poi ini perturbala» il dominio.... Il tratto di paese che giace fra Perici e Turbia e coperto di monti aspri e scoscesi ed al tempo di Dante, non essendovi la strada del littorale, il cammino n'era difficilissimo ; » Lojma, p. 79. Lerici è ricordata Purg. ni, 49.
Leso, lat. lasum, Part. pass, e Agg. da ledere, Danneggiato, Ferito, Offeso; Inf. xm, 47.
Lesso, lat. elixus, Part. pass, e Agg. da lessare, sinc. di lessato; Bollito e cotto nell'acqua. Detto dei dannati che bollono nella pece, Inf. xxi, 135. Le altre lez. del verso (lesi, lassi, i.kzzi, fessi, ecc.) sono inattendibili. Cfr. Blanc, Versuch, i, 200 e seg. Negroni, Discorso critico sui lessi dolenti dell'Inf. Novara, 1894.
Letame, dal lat. letamen, Paglia, o Foglie, o Strame, o Sagginali, o altro, infracidato sotto le bestie. Usato figuratamente Inf. xv, 75. - Bocc.: « nel lor letame, cioè nel luogo della loro abitazione, la quale somiglia al letame, perciocché di sopra l'ha chiamate bestie. » - Benv.: « letame, idest terra, quam appellat letamen, servata methafora, quia cives vocaverat plantas. »-liuti: « Nella loro viltà e viziosità. »
Letame, oggi comunemente Letame (come leggono alcuni codd. ed alcune ediz.), dal gr. Xitoivstai, lat. litanice; Nome generico di tutte le pubbliche preci con cui la chiesa cristiana implora le benedizioni celesti. Fig. per le persone che cantano le litanie in processione; Inf. XX, 9. Fazio degli Uberti, Dittavi, v, 29: « Come si va di qua, e non più tosto, Alle litane. »
Letargo, dal lat. lethargus, e questo dal gr. Àv^apyo;, vocabolo in origine adoperato ad indicare ogni specie di sapore, qualunque sonno morboso, accompagnato o no da'sintomi di reazione del sistema circolatorio. Di presente viene usato per esprimere certo sonno, il quale per qualunque siasi causa si prolunga inulto più in là del termine ordinario. Dante usa questa voce un'unica volta, Par. xxxm, 94, il senso del qual luogo è disputabile, l'are che voglia dire: Tutta quanta l'ammirazione che in venticinque secoli gli uomini tributarono all'impresa degli Argonauti, raccolta insieme, sarebbe minore della mia in un solo momento clic io teneva fiso lo sguardo nella Divinità. Altri diversamente. - l.nn. :