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Enciclopedia Dantesca
Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri - Volume I - A-L
Giovanni Andrea Scartazzini
Ulrico Hoepli Editore Milano, 1896, pagine 1169
Giovacela uo im;
trovò Giotto che, mentre le sue pecore pascevano, sopra una lastra piana e pulita, con un sasso un poco appuntato, ritraeva una pecora di naturale, senza avere imparato modo alcuno di ciò fare da altri che da natura: perchè fermatosi Cimabue tutto maravigliuso, lo domandò se voleva andare a star seco. Rispose il fanciullo che, contentandosene il padre, anderebbe volentieri. Domandolo dunque Cimabue a Bondone, egli amorevolmente glielo concedette, e si contentò che seco lo menasse a Firenze; là dove venuto, in poco tempo, aiutato dalla natura ed ammaestrato da Cimabue, non solo pareggiò il fanciullo la maniera del maestro suo, ma divenne cosi buono imitatore della natura, che sbandì affatto quella goffa maniera greca, e risuscitò la moderna e buona arte della pittura, introducendo il ritrarre bene di naturale le persone vive. Divulgatasi presto la fama del suo valore, fu da molti Principi italiani quasi a gara invitato. Le pitture che egli condusse nella cappella dell'aitar maggiore dì Badia in Firenze sono sventuratamente perdute e l'autenticità dei ritratti di Dante, Brunetto Latini e Corso Donati, scoperti nel 1840 nella cappella del Palagio del Potestà di Firenze, è assai dubbia. Dipinse pure nella Cattedrale e nella Chiesa di Santa Croce; passò quindi a fare diversi lavori nella Chiesa del Carmine, e il Convito di Erode e la Trasfigurazione sono quadri di somma bellezza e di grandissimo pregio. Chiamato in Assisi, vi terminò le opere lasciate imperfette dal suo maestro, e di là passò in Roma, ove lo chiamava papa Bonifazio Vili a dipingervi un quadro per la sacristia di S. Pietro. Poco tempo dopo andò ad Avignone, e, di ritorno dalla Provenza, dipinse in molte città d'Italia, tinchè la Signoria di Firenze lo nominò suo architetto con lauto assegnamento e gli assegno la direzione de' lavori di Santa Maria del Fiore e delle fortificazioni. Fu allora che si distinse anche come architetto e alzò quel-l'elegante campanile che Carlo V disse degno di esser conservato in un astuccio. Morì in Firenze il giorno 8 gennaio 1330, e fu sepolto in S. Reparata. Vasari, Benv. ed altri lo dicono molto amico di Dante; cfr. Papanti, Dante secondo la tradizione, ecc., p. 35 e 38 e seg. Selvatico in Dante e Padova, 101-92. Sopra Giotto cfr. Vasari, 1. c. Baldinucci, Notizie dei prof, di dis. i, 107 e seg. Tiraboschi, v, 675 e seg. Fil. Villani, De civit. Fior. jam. cu-., 35 e seg. Kugler, Kunstgesch. lì, 136, 165, 185, 198, ecc. Dante lo nomina come quegli che nella pittura oscurò la fama di Cimabue; Purg. xi, 95.
Giovaceli ino, abate: cfr. Gioacchino.
Giovacchino, il santo, secondo il Protoevangelio di S. Iacopo (cfr. Cod. apocrypli. N. T., ed. Thilo, i, 159; ed. Fabeuiis.