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Enciclopedia Dantesca
Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri - Volume I - A-L
Giovanni Andrea Scartazzini
Ulrico Hoepli Editore Milano, 1896, pagine 1169

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a cura di Federico Adamoli

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   Esilio «li Dante
   pagando o non pagando, a non potere in alcun tempo, siccome falsario e barattiere, avere alcuno ufizio o beneficio pel Comune o dal Comune di Firenze, nella città, contado o distretto, o altrove. A questa prima condanna contumaciale seguì quaranta giorni dopo, 10 marzo 1302, la seconda, per la quale, prendendo motivo dal non avere il Poeta dapprima ubbidito alla citazione, e poi dal non aver egli pagato la multa, donde lo si argomentava per reo confesso di quanto gli era stato imputato, Cante de' Gabbrielli lo condannava ad essere arso vivo, caso mai che capitasse in forza del Comune di Firenze. Nè questa condanna fu per Dante l'ultima. Il suo nome figura tra quelli de' ribelli e maladetti della patria nella Riforma di Baldo d'Aguglione del 2 settembre 1311, e poi, assieme con quello de' suoi figli, nella condannazione e bando del 6 novembre 1315. Ed anche due decenni dopo la sua morte nel linguaggio officiale di Firenze si parlava di Dante come di esule e ribelle, sbandito e condannato dal Comune, nemico di Parte Guelfa e barattiere nel Priorato.
   Non è ancora accertato dove il Poeta si trovasse al tempo della catastrofe, vale a dire negli ultimi del 1301 e nei primi del 1302. Secondo il problematico Bino Compagni, Leonardo Bruni, un commento anonimo della canzone : « Tre donne intorno al cor, » scritto tra la fine del Trecento e il principio del Quattrocento, che per altro potrebbe essere fattura del Bruni, Dante si trovava in quel tempo ambasciatore a Roma presso Bonifazio Vili, e lo stesso si legge pure in un Compendio della Cronica di Giovanni Villani della fine del secolo XIV (cfr. Imbruni, Studi danteschi, 18 e seg.). Anche YOtt. (ad Purg. xxxii, 148 e seg.) parla di un'ambasceria di Dante a Bonifazio Vili, senza determinarne però il tempo. Ma quest'ambasceria è assai dubbia (cfr. Dante in Germ. il, 341 e seg. P. Papa, in Bartoli, Leti. ital. v, 337 e seg. Villari, I due primi secoli della storia di Firenze, ii, 137 e seg. Del Lungo, Dino Comp. n, 427 e seg.). II Bocc. (Vita, ed. Macrì-Leoni, p. 25-28) afferma invece che Dante si trovava allora a Firenze e se ne fuggì insieme cogli altri di sua parte, e lo stesso afferma pure nel suo Commento (ed. Milanesi, ii, 130 e seg.), come raccontatogli dal nepote di Dante, Andrea di Leon Poggi. Questo racconto del Certaldese è confermato dalla sentenza di condanna del 27 gennaio 1302, nella quale si legge che Dante ed i suoi compagni di sventura furono citati e richiesti secondo legge per mezzo del Comune di Firenze, che dentro certo termine dovessero comparire dinanzi al potestà e alla sua Corte, ma che si assentarono contumacemente. Anche al Villari (l. cit.) non è riuscito di infirmare l'autorità della testimonianza contenuta nella sentenza. Che poi Dante fosse innocente dei crimini appostigli, lo testimoniano non solo gli antichi suoi biografi, ma anche il guelfo