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Enciclopedia Dantesca
Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri - Volume I - A-L
Giovanni Andrea Scartazzini
Ulrico Hoepli Editore Milano, 1896, pagine 1169
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c. 136): «In tra l'altre fece tre nobili pistole; l'una mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l'altra mandò allo 'mperadore Arrigo, quand'era all'assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza, quasi profetizzando; la terza a'Cardinali Italiani, quand'era la vacazione, dopo la morte di papa Clemente, acciocché s'accordassono a eleggere papa Italiano; tutte in latino, con alto dittato e con eccellenti sentenzie e autoritadi, le quali furono molto commendate da' savi intenditori. » Giova rendere attento al fatto singolare, che per l'appunto queste tre epistole, che Dante in tra Valtre fece, si trovano tra le poche a noi pervenute. - Boccaccio ( Vita di D., § 16): « Fece ancora questo valoroso poeta molte epistole prosaiche in latino, delle quali ancora appariscono assai. » Sventuratamente il Certaldese trascurò di inserirne una sola nel suo Trattatello in laude di Dante. - Nella sua breve Vita di D. Leonardo Bruni fa menzione di parecchie epistole del Poeta: sulla battaglia di Campaldino:« Questa battaglia racconta Dante in una sua epistola, e dice esservi stato a combattere, e disegna la forma della battaglia. » Un'altra sui motivi del suo esilio: « Da questo Priorato nacque la cacciata sua e tutte le cose avverse ch'egli ebbe nella vita, secondo esso medesimo scrive in una sua epistola, della quale le parole son queste: Tutti i mali e tutti gli inconvenienti miei dalli infausti comizj del mio Priorato ebbero cagione e principio ; del quale Priorato, benché per prudenza io non fossi degno, nientedimeno per fede e per età non ne era indegno; perocché dieci anni erano già passati dopo la battaglia di Campaldino, nella quale la parte ghibellina fu quasi a tutto morta e disfatta, dove mi trovai non fanciullo nell'armi, e dove ebbi temenza molta, e nella fine grandissima allegrezza per li varj casi di quella battaglia. Queste sono le parole sue. » Pare dunque che questa epistola fosse dettata in volgare. Più in là il Bruni racconta che Dante per riacquistare la grazia di poter tornare a Firenze « s'affaticò assai e scrisse più volte non solamente a particolari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo; e intra l'altre un'epistola assai lunga che incomincia: Popule mee, quid feci tibi ? » Racconta poi, che alla venuta di Arrigo VII Dante « cominciò a dir male di quelli che reggevano la terra, appellandoli scellerati e cattivi, e minacciando loro la debita vendetta per la potenza dell' imperadore, contro la quale diceva esser manifesto ch'essi non avrebbon potuto avere scampo alcuno, » colle quali parole il Bruni allude per avventura a quella epistola ai Fiorentini che si legge nell'epistolario dantesco. Quindi l'Aretino fa menzione di una epistola nella quale Dante scriveva di non aver voluto prender parte all'assedio della patria città, e finalmente osserva che Dante