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Enciclopedia Dantesca
Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri - Volume I - A-L
Giovanni Andrea Scartazzini
Ulrico Hoepli Editore Milano, 1896, pagine 1169
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Allorché Dante negli ultimi anni del Dugento era tutto quanto occupato de'suoi studi filosofici, egli faceva, secondo l'uso del tempo, quando l'una e quando l'altra chiosa alle sue Canzoni filosofiche ed erotiche. Queste chiose si aumentarono di modo, che in capo a qualche anno il Poeta-filosofo si trovò aver messo insieme una bella copia di materiali utili ed istruttivi. Ripassando poi negli anni dell'esilio, cioè verso il 1308 quelle sue Canzoni e chiose, egli si risolse di ordinare i materiali raccolti e formarne un tutto organico. Incominciò adunque a scrivere i suoi trattati, dando al lavoro la forma di commenti a sue Canzoni, tale essendone stata l'origine. A lavoro già un po' inoltrato dettò poi il primo trattato, che doveva servire di introduzione al tutto. Nel tempo della discesa in Italia di Arrigo VII il lavoro rimase interrotto. Morto Arrigo Dante prese un altro indirizzo, onde invece di continuare il Convivio egli dettava la Commedia. Diremo adunque che le tre Canzoni del Convivio e parecchie chiose alle medesime furono dettate prima dell'esilio, ma il Convivio nella sua forma attuale non fu elaborato che dopo il 1307.
4. Scopo. Dettando il Convivio Dante mirava a due fini diversi, l'uno morale ed universale, l'altro apologetico e personale. Dall'un canto voleva dare dottrina ai suoi contemporanei (i, 2, 85), compassionaudo coloro che non hanno la fortuna di sedere alla Mensa ove il pane della scienza si mangia (i, 1, 41 e seg.). Dall'altro canto voleva difendere sè stesso dall'accusa di leggerezza e sensualità, mostrando come le sue Canzoni erotiche avessero un senso profondamente filosofico, e come nei suoi giovani anni egli avesse fatto ben altro ancora, che corteggiare belle ragazze, temendo l'infamia di avere seguito tanta passione amorosa, della quale le sue Canzoni sembravano mostrarlo signoreggiato (i, 2, 86 e seg). Quindi la Donna gentile, che nella Vita Nuova non sembra essere altra cosa che una donna reale, si converte nella spiegazione allegorica delle Canzoni nel simbolo della Filosofia (il, 16, 76 e seg.), quantunque la di lei realtà corporea nell'interpretazione letterale non sia mai negata. Quindi il lavoro è pieno zeppo della più vasta erudizione, la quale infatti era ed è più che sufficiente a provare senza replica, che Dante fu tutt' altro che quel donnaiuolo quale lo dipinsero il Boccaccio ed i suoi seguaci, quale probabilmente lo dipingevano vita sua durante i suoi nemici fiorentini per iscusare l'ingiustizia della quale lo avevano fatto vittima. Come è troppo naturale, il fine autoapologetico prevale; ma ben di spesso l'autore si addentra tanto nei concetti e nelle ricerche filosofiche e scientifiche, da dimenticare e la propria persona ed ogni altra cosa, non mirando più che alla scienza ed alla ricerca del vero.