Nuova Enciclopedia Italiana - Volume di Gerolamo Boccardo

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      ROMANA SCUOLA DI PITTURA - ROMANELLI DOMENICO " 623
      dagli edili appositamente a ciò incaricati. Ai suoi tempi ebbero principio i segni d'approvazione e di malcontento col battimeoto di mano e co' fischi. Egli medesimo manifestò il suo applauso col battimento di mano , e ricompensò gli artisti che si erano distinti. La morte d'Augusto trasse con sè la decadenza della musica. Un omicidio commesso nel teatro fu la causa per cui Tiberio esiliò non solo i commedianti ed i virtuosi di musica, ma anche gli spettatori presenti. Caligola richiamò di nuovo i commedianti ed i musici a Roma, colmandoli di beni. Egli aveva il capriccio di voler essere considerato come Apollo, a motivo della sua bella voce; laonde in occasione d'una festa fece dorare la Bua barba, per somigliare tanto più al dio della musica. Fra tutti gì' imperatori romani, nessuno spinse la sua inclinazione a quel grado a cui Nerone pervenne, il quale prese le redini del governo 60 anni dopo G. C. Aveva una bella voce, cantava e suonava la lira e l'arpa in modo da disputare i pubblici premii. Fece il primo suo saggio a Napoli, facendo l'ingresso in questa città sotto le insegne di Apollo, seguito da abilissimi musici e da una gran moltitudine d'ufficiali che vi condusse seco. La prima volta che montò sul teatro un fortissimo terremoto scosse la sala ; ma egli seguitò a cantare colla medesima fermezza, ad onta che una parte degli uditori fosse fuggita. Egli fu tanto contento degli applausi ottenuti a Napoli, che preferì per sempre questa città a tutte le altre. Presto accorsero i musici da tutte le parti del mondo, per giudicare essi medesimi de'talenti dell'imperatore. Egli ne riteneva 5000 al suo servizio , dava loro un uniforme, li pagava bene, ed insegnava loro in qual modo voleva essere applaudito. Al suo ritorno da Napoli, il popolo era tanto impaziente di vederlo sul teatro, che un giorno fu supplicato di far sentire la sua voce celeste. Egli vi consentì, e venne colmato d'elogi. Dopo d'allora non fece più alcuna difficoltà di suonare pubblicamente a Roma, e di prendere la sua parte delle retribuzioni, stimando come cosa preziosa tutto che proviene dalla musica. Si asserisce che la sua voce fosse debole e cioccia (exigua etf'usca); ma egli prendeva molta cura per conservarla. Aveva seco un ufficiale in qualità di fonasco, per averne cura; questi l'avvertiva quaudo parlava troppo alto e sforzava la voce. 1 successori di Nerone incoraggiarono i giuochi pubblici e le rappresentazioni drammatiche musicali in tutte le grandi città dell'Impero. Ovidio parlando del grande uso dei flautisti dice (Fasto-rum, vi, vs. 657 e seg.) :
      Temporibus veterum tibicinis usus avorum Magnus, et in magno semper honore fuit.
      Cantabat fanis, cantabat tibia ludis, Cantabat moestis tibia funeribus.
      Ma la decadenza dell'Impero e la sua totale ruina produssero anche quella delle arti, e la musica scomparve tra le altre fino al momento che rinacque nell'Italia moderna.
      Per quanto poi tutti combinino nel dire che i Romani poco o nulla seppero della musica, e per conseguenza nulla contribuirono a' suoi progressi, ciò uon ostaute alcuni sono di parere, che non sipuò almeno negar loro il merito di aver semplificato la notazione de' Greci, e di aver introdotto in sua vece le quindici lettere del loro alfabeto A-P. È però cosa certa che non ebbero neanche questo merito, essendo che tale migliorata notazione musicale s'introdusse soltanto molto tempo dopo la decadenza dell'Impero romano, e fu propriamente il passo fatto alla musica moderna. Lo provano non solo i pochi scrittori musicali romani, che nulla dicono di tale uso delle loro lettere, ma anche un frammento d'una melodiasuH'innoambrosiano,stampato nel Meibomio co'segni musicali greci. Questi erano dunque in uso nel secolo iv, ma persino ai tempi di Boezio e di Marziano Capella, i quali scrissero un secolo dopo, ed insegnarono tutta la musica dietro i principii greci. L'invenzione e l'introduzione della più semplice notazione musicale appartiene agli ecclesiastici, siccome altrove è detto (V. Guido d'Arezzo, Notazione e gli articoli sovra citati).
      ROMANA SCUOLA DI PITTURA (stor. delle B. A.). V. Scuole pittoriche.
      ROMANELLI Giovanni Francesco (biogr.). — Pittore della scuola romana, nato nel 1617 a Viterbo, morto nel 1663, dopo avere studiato qualche tempo sotto il Domenichino, divenne allievo di Pietro da Cortona, il quale costretto a fare un viaggio in Lombardia, lo incaricò di continuare in un col Batalla i suoi lavori al palazzo Barberini; ma mentre il maestro era assente, gli allievi tentarono, dicesi, di farsi allogare direttamente quei lavori, di che furono congedati. Allora Romanelli, ajutatodai consigli del Bernino, si fece uno stile meno grandioso di quello di Pietro da Cortona, ma più grazioso e seducente. A questa seconda maniera appartiene uno de' suoi migliori dipinti, la Deposizione in Sant'Ambrogio a Roma. Durante la dimora in Francia del cardinal Barberini suo protettore, Romanelli fece due viaggi a Parigi, ove fu adoperato dal re e da Mazarino. Nel palazzo di quest'ultimo, occupato oggidì dalla Biblioteca nazionale, dipinse a fresco varii oggetti mitologici tratti dalle Metamorfosi d'Ovidio. Nelle vòlte delle gallerie e sale degli antichi del Louvre dipinse ugualmente a fresco le scene principali òe\Y Eneide, lavoro che gli fruttò il cordone di San Michele. A Roma le sue opere sono assai numerose, e citeremo fra le altre una Presentazione di Maria al tempio, copiata in musaico per San Pietro ; la Vergine e san Carlo nel Gesù ; YAdorazione dei Magi in Santa Maria dell'Orazione ; la Morte di san Giuseppe nella chiesa di questo santo; una Cena al palazzo Chigi e la Primavera al palazzo Doria. Viterbo sua patria possiede di lui un san Lorenzo nella cattedrale. Il museo del Louvre ha del Romanelli una Venere ed Adone, una Venere che cura Enea ferito, la Manna nel deserto; la pinacoteca di Monaco, Ero-diade; il museo di Berlino, Zenóbia e Aureliano, e quello di Vienna, Davide vincitor di Golia e il Trionfo d'Alessandro.
      Suo figlio Urbano, nato nel 1652, morto nel 1682, dipinse nelle cattedrali di Velletri e Viterbo.
      Vedi Lanzi, Storia pittorica.
      ROMANELLI Domenico (biogr.). — Antiquario italiano, nato nel 1756 a Fossaceca negli Abruzzi,
      ^.ooQle


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Nuova Enciclopedia Italiana - Volume XIX (parte 2)
Dizionario generale di scienze lettere industrie ecc.
di Gerolamo Boccardo
Utet Torino
1885 pagine 1280

   

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