Discorsi d' indole politica, economica e sociale 451
«Rendiamoci una volta giustizia! Quanti qui convenuti dalle varie parti d'Italia vediamo su questi
quanti vediamo sui banchi di questa Camera, tutti abbiamo portato la nostra pietra al grande edificio sotto il quale riposeranno le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di S. Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colle canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella fede che fece i soldati e i martiri; qui i generali che vinsero le nostre battaglie; qui gli uomini di Stato che governarono le nostre politiche; di qui parta dunque quel grido di entusiasmo ! Qui finalmente l'aspettata fra le Nazioni si levi, e dica: «Io sono l'Italia!»
Il giorno dopo la proclamazione del Regno, l'onorevole Audinot, antico patriotta, milite nella insurrezione del 1831, rappresentante del popolo nell'Assemblea Romana del 1849, d'accordo col Cavour chiedeva al Governo di voler risolvere la questione di Roma.
« L'Italia ha bisogno di Roma — diceva il valoroso deputato romagnolo — perchè Roma Capitale d'Italia è l'espressione più alta della Unità e della Indipendenza della Nazione!»
E Camillo di Cavour, poi che la Camera ebbe ampiamente discussa la quistione romana, il 27 marzo
— compiono oggi 50 anni da quel giorno, o cittadini
— levatosi dal suo seggio pronunciò il più stringente, il più italiano dei suoi discorsi tra i continui applausi della Camera attenta e commossa.
Fra molte cose, disse: «Ormai, o signori, mi pare
scanni
...sì ripieni Che poca gente ornai vi si desia,