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Capitolo terzo
E Giuseppe Garibaldi, il 5 di maggio, salpando da Quarto, coi vascelli fatati, condottiero de' Mille vindici di libertà, spiega ai venti, su le prore del Piemonte e del Lombardo, il tricolore, su cui è scritto : « Italia e Vittorio Emanuele ».
Io non vi ridirò, o cittadini, gli omerici casi della miracolosa spedizione, che nell'anno decorso ebbi l'onore di rievocare ai vostri memori cuori, ma solo voglio rammentarvi che, coll'annessione della Sicilia e del Napoletano, e poi colle occupazioni vittoriose dell'Umbria e delle Marche, mancavano solo la Venezia e Roma a far una l'Italia, sotto la Monarchia dei Savoia.
L'u ottobre del 1860 il Cavour, in un coraggioso discorso aveva detto al Parlamento : « — La nostra aspirazione, o signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la Città eterna, sulla quale venticinque secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico ». —
E strepitosissimi applausi, che parve non dovessero aver mai fine, accolsero le parole del Ministro, che soggiungeva : « — Io credo che il Pontefice augusto, che sta a capo della nostra religione, possa esercitare in modo molto più libero, molto più indipendente, il suo sublime ufficio, custodito dall'amore, dal rispetto di ventidue milioni d'Italiani, che difeso da 25.000
baionette____» —
E concludeva fra le acclamazioni : — « La necessità di aver Roma per Capitale è riconosciuta e proclamata dall'intiera Nazione»; ed enunciava la celebre formula: « Libera Chiesa in Libero Stato. »
Fu allora che, su proposta dell'on. Boncompagni,
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