Discorsi d' indole politica, economica e sociale 447
potè, angelo della vendetta, sterminare gli oppressori della Patria?
Aimè! Napoleone voleva l'Italia indipendente dalle Alpi all'Adriatico, ma non voleva l'Unità d'Italia ; voleva, si, cacciare gli austriaci, ma su gli Stati italiani confederati voleva che la Francia stendesse le sue mani protettrici.
E potevano i nostri padri, poteva il Re, poteva il Conte di Cavour, contentarsi di cambiare padrone?
No, no, mille volte no; l'Italia doveva essere degli Italiani !
Ma mentre i popoli della Romagna, dell'Emilia, della Toscana, acclamavano loro Re Vittorio Emanuele, nuovi sacrifìci si imponevano al leale Monarca.
Napoleone chiede compensi per gli aiuti prestati, e Savoia e Nizza son cedute alla Francia.
Chi non rammenta gli sdegni magnanimi di Garibaldi, l'intenso dolore del Re Galantuomo, che vedevano le terre natali ed avite, strappate alla Patria?
Ma tutto doveva dimenticare il gran cuore di Garibaldi, e pochi mesi dopo aver pronunziato fiere parole nella Camera dei Deputati contro il Cavour, il Cincinnato di Caprera e il Fabio di Santena si stringevano lealmente le destre.
Troppo era necessario per avverare il gran sogno che l'Eroe della Camicia Rossa e l'insigne Ministro del Re si trovassero d'accordo.
Il 1860 doveva cementare indissolubilmente l'unione tra Garibaldi e la Monarchia.
Già Daniele Manin aveva, dall'esilio di Parigi, mandata la celebre dichiarazione :
«— Convinto che anzi tutto bisogna fare l'Italia, che questa è la questione precedente e prevalente, il partito repubblicano dice alla Casa di Savoia : — Fate l'Italia e sono con voi, se no, no!» —