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ed a Londra era festeggiato dai Sovrani di Francia e d'Inghilterra e dai loro popoli.
Sui primi del 1859 son maturi gli eventi; l'imperatore dei Francesi, che burbero aveva accolto ne' ricevimenti di capo d'anno l'ambasciatore d'Austria, congiunge i destini di Gerolamo Bonaparte e di Clotilde di Savoia: le polveri sono pronte, manca solo la scintilla che le faccia scoppiare.
L'Austria minacciosa manda trentamila soldati verso il Ticino, e Vittorio Emanuele, aprendosi il Parlamento, pronuncia le parole che, come ala d'incendio, corrono per la penisola fremente : — Noi non possiamo essere insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi.
Dopo pochi giorni Francesco Giuseppe impone : — O il disarmo o la guerra !
— La guerra! la guerra! — si grida unanimemente dalla Reggia, dal Parlamento, dalla piazza. E subito le tre iene imperiali: l'Urban, lo Zòbel, il Giulay, varcato il Ticino, seminano la strage e la morte.
Quindici lunghi giorni i soldati del Piemonte e i volontari di Garibaldi soli combattono, ma i pochi giovani lioncelli a Varese e a San Fermo fanno mordere la polvere all'orda di tigri cupide di sangue; ed ecco sopraggiungere Napoleone III colle sue forti milizie, e le vittorie si seguono ininterrotte, a Montebello, a Pa-lestro, a Magenta, a Melegnano, a Solferino, a San Martino.
Gloria, gloria a chi combattè quelle gigantesche battaglie, a chi cadde coll'arme nel pugno!
Oh perchè l'inaspettata pace, discussa a Villafranca e segnata a Zurigo, interruppe i trionfi ? Perchè Vittorio Emanuele dovette contentarsi che gli austriaci cedessero la Lombardia fino al Mincio, e Garibaldi non