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Capitolo terzo
vomitar fuoco e palle, i bersaglieri d'Italia, araldi di libertà, per volere di Re Vittorio, vindici di Garibaldi, di Mazzini e di quanti erano stati uccisi per fare una la patria, entravano dalla breccia di Porta Pia, acclamati dai romani, tra lo squillare delle trombe guerriere. ( Vivi applausi.)
Oh morti di Aspromonte e di Mentana, sulle vostre cassa benedette dovettero in quell'ora sonare come una diana le note dell'Inno, e spiriti invisibili, tra nuvole rosse, avrete certo aleggiato, sulle rive del Tevere, sui sette colli, redenti per sempre dal dominio sacerdotale.
E a Santena, la fanfara di San Quintino, avrà fatto battere, nel quieto sepolcro familiare, in quell'istante medesimo, il gran cuore, da nove anni immoto, di Cammillo di Cavour.
Già da 737 anni, l'aratro aveva tracciato il sacro solco della città intorno al monte Palatino, e Romolo aveva visto, meravigliando, volare a destra le dodici aquile di Giove, che dovevano stendere, un giorno, le ali sovra tutta la terra, quando Augusto imperatore rinnovava i ludi centenari. Tre giorni durarono le feste, ininterrottamente, ed a gara, nel campo Marzio, i romani immolarono bianchissime agnelle, candidi tori e cervi ramosi alle Deità; e nel terzo giorno l'Imperatore ascese il Campidoglio, e mentre le matrone salivano il Colle sacro a levar inni a Giove Ottimo Massimo, ventisette giovanetti e ventisette fanciulle cantavano nel tempio di Apollo, al Palatino, il Carme secolare che per volontà dell'Augusto, Quinto Orazio Fiacco aveva composto, per invocare su Roma la benevolenza dei Numi.