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Capitolo terzo
colle opere, attestarono al mondo che l'Italia, finalmente, voleva esser libera ed una.
E, pur troppo!, assottigliata ormai la schiera dei soldati delle guerre redentrici, di quanti nelle ore divine, nelle quali, tra i plausi dei suoi figli, l'ammirazione dell'Europa e dell'America, e coll'assenso, sia pure non in tutti sincero, di quelli che ci avevano tenuti schiavi, poterono proclamare al mondo che tutti gli Italiani concordi volevano ricondurre la Patria, libera dallo straniero, a quella grandezza che l'aveva già resa famosa nell'Orbe.
Ma i pochi superstiti debbono, in queste ore in cui si rievocano i fasti del passato, levare anche una volta le loro voci, cosi piene di ricordi, e ripetere a,noi ciò che essi fecero quando erano legione ; e le loro parole suoneranno ai nostri cuori come squillo di tromba d'argento, e ci renderanno più forti e più buoni, degni della Italia nova alla quale, dalle universe genti, in questa anniversaria primavera della rinascita nostra, si manda il saluto reverente e l'omaggio che i forti scambiano coi forti.
Che importa se, tra le voci gioiose e gratulanti che da ogni parte della terra valicando le Alpi, passando i mari, messaggere dei popoli più diversi, risuonano oggi nel cielo di Roma; che importa, dico, se qualche cornacchia tenta levare il suo chioccio canto malaugurato? (Applausi.)
Ormai il sole che sfolgora sui sette colli, che irraggia aureo la mole Antonelliana, che scintilla vivificatore sul Palazzo della Signoria, che riscalda perpetuamente i borghi e le città di tutta la grande Italia, in cui nascemmo e viviamo e operiamo, ha fugato le tenebre che ci avvolsero per secoli, e vittorioso si posa sui ruderi di vecchi troni abbattuti, ove già imperò la
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